Crescendo recensione

Nel 1977 il regista Steven Spielberg utilizzò la musica per far dialogare gli umani con gli extraterrestri in Incontri ravvicinati del terzo tipo. E che da sempre la musica sia considerata un linguaggio universale, in grado di avvicinare popoli tra loro altrimenti distanti per ideologie e cultura è fatto ormai risaputo e accettato. Si basa su questo principio anche il nuovo film del regista israeliano Dror Zahavi, intitolato Crescendo, e il cui sottotitolo è #makemusicnotwar. Questo si ispira alla reale orchestra West-Eastern Divan, creata da Daniel Barenboim e Edward Said, dove condividono la scena musicisti israeliani e palestinesi. In questa ricerca di dialogo attraverso popoli da sempre in guerra tra loro si forma un film avvincente, capace di trasmettere con forza un messaggio di speranza.

La storia è quella di Eduard Sporck (Peter SimonischekVi presento Toni Erdmann), musicista di fama mondiale, a cui viene proposto di costituire un’orchestra composta da giovani palestinesi e israeliani. Per i musicisti scelti sarà però dura mettere da parte la guerra esistente tra i loro popoli. A guidare le due fazioni vi sono la fiera palestinese Layla e il vanitoso israeliano Ron, i quali portano alla luce il conflitto che li separa. Grazie alla tenacia di Sporck e al potere aggregante della musica, quella che sembra essere una missione senza speranza lascia però gradualmente spazio all’illusione che una pace tra le due parti possa essere un giorno possibile.

La musica che unisce i popoli

Sarebbe estremamente facile, con un tema come il conflitto arabo-israeliano, scadere in un semplicistico racconto degli orrori e delle sofferenze causate da questo. Zahavi, invece, traendo ispirazione da reali esperimenti a riguardo, riesce in modo delicato a raccontare una divisione che prosegue ormai da oltre 70 anni. Lo fa attraverso l’elemento della musica, ma anche con una messa in scena mirata a sottolineare la divisione presente tra i due popoli. Il tutto evitando quanto più possibile superflue sottolineature o prese di posizione nei confronti dell’una o l’altra delle due parti. La soluzione, la pace, si trova infatti in quel precario luogo a metà strada tra le due ideologie. Raggiungerlo è però più complesso del previsto, come spesso le composizioni scelte da Zahavi indicano.

Israeliani e palestinesi, infatti, si ritrovano in più occasioni divisi all’interno dello spazio dell’inquadratura. Che ne siano consapevoli o meno, vi sono ricorrenti linee di demarcazione o ostruzioni varie che ne evidenziano le differenze e le distanze. Sono separazioni che sembrano generarsi più per abitudine all’odio reciproco che non per altri motivi, proprio come se si volesse indicare che questi giovani hanno ereditato un conflitto nato ben prima di loro. È solo nel momento in cui si ritrovano a suonare nella stessa orchestra, con la richiesta di mescolarsi tra di loro, che iniziano a cedere i muri tra di loro. I musicisti si scoprono come simili, in grado di poter comunicare attraverso quel linguaggio comune che è la musica.

E nel desiderio di abbattere ulteriormente le differenze, ecco che prende vita una storia d’amore tra un ragazzo palestinese ed una ragazza israeliana. I due novelli Romeo e Giulietta si ritrovano ovviamente a vivere l’impossibilità del loro amore, come da subito chiarito ad inizio film. Ostacolati dalle famiglie, dal loro credo e dal conflitto tra i rispettivi popoli, i due dimostrano una volta di più come l’odio non porti ad altro che alla sofferenza. Come Sporck tenta però loro di insegnare, una riconciliazione deve essere possibile. E se l’incomunicabilità data dalla differenza di lingua sembra insuperabile, la musica è l’elemento che può permettere di superare tale ostacolo.

Crescendo Dror Zahavi

La speranza nei giovani

Come sottolinea il titolo stesso, Crescendo vive un progressivo intensificarsi delle situazioni e delle emozioni messe in gioco. Ciò aiuta il film a diventare sempre più coinvolgente ed appassionante, rivelandosi una visione tutt’altro che pesante. Certamente, le iniziali sequenze in cui si ricerca un dialogo terapeutico tra le due fazioni, per quanto utili al tema, potrebbero risultare un non indifferente freno nei confronti del ritmo. Si ha invece la sensazione di una maggior naturalità della cosa proprio nel momento in cui le parole lasciano spazio alla musica. Zahavi non propone concrete soluzioni al conflitto, che altrimenti rischierebbe di venir sminuito, ma rivolge con il suo film uno sguardo di speranza alle nuove generazioni.

Qui rappresentati dal gruppo di musicisti, i giovani sono il pubblico ideale di questo film. Per loro il regista costruisce una storia non priva di pessimismo, ma dove questo non esclude l’esistenza della speranza. Quando tutto sembra infatti perduto, è quest’ultima a manifestarsi. Nel dar vita ad un insolito concerto finale, il regista costruisce quella che è probabilmente una delle sequenze più belle del film. Anche se forse eccessivamente didascalica, questa manifesta una volta di più la magia della musica e del cinema. È lì che il crescendo delle emozioni raggiunge il suo apice. La musica non accetta separazioni, infrange ogni barriera e arriva al cuore di quanti la ascoltano. Allo stesso modo, il film di Zahavi colpisce per le sue intenzioni e regala una storia che riafferma la forza dell’amore e della pace.