Duplicity, cioè doppio gioco, malafede ma anche inganno spionaggio e tradimento. Questi gli ingredienti del film che, ahimè, vengono meno alle premesse. Un film scritto e diretto da Tony Girloy (Michael Clayton) promette assai più di quanto in questo caso non mantenga. Un uomo e una donna si incontrano e passano una notte insieme, senza pensare che quella sarà l’inizio di una pseudo- storia infinita che non si vede l’ora che finisca.

 

Girato in moltissime locations, Duplicity assume colori e sapori diversi per ogni posto che le due spie, Clive Owen e Julia Roberts (già coppia super sexy in Closer), attraversano nel corso del loro “colpo” per vivere felici e contenti, combattendo contro la connaturata forma mentis della spia che li obbliga a non fidarsi nemmeno l’uno dell’altra. I loro viaggi, nel tempo e nello spazio, sono accompagnati da un esasperato affastellamento di gap temporali e un uso dello split screen fastidioso fino all’inutile che frammenta lo sguardo come a voler economizzare il tempo mostrando più cose insieme, senza una vera e propria funzione narrativa.

Una storia complicata che in maniera complicata viene raccontata. E’ vero, lo spettatore smaliziato riesce ad entrare nei cunicoli stretti e intricati delle narrazioni più complesse, ma in questo cosa un montaggio approssimativo confonde davvero lo spettatore calibrando male il ritmo e bruciando il colpo di scena finale che pure è ad effetto. Nonostante una regia poco organica il film è scritto benissimo ed interpretato ancora meglio dagli attori, su tutti i comprimari Tom Wilkinson e Paul Giamatti.

Augurandoci che Michael Clayton sia la regola e Duplicity l’eccezione, Tony Gilroy delude come regista ma mantiene alto l’onore dello scrittore di L’Avvocato del Diavolo, la trilogia di Bourne e altri.