È stata la mano di Dio recensione

È un pallone che centra con precisione millimetrica la porta, segnando un punto decisivo nello stato emotivo del proprio spettatore, È stata la mano di Dio. Partendo da un autobiografismo che non scade nel pietismo, o nell’autocommiserazione, il nuovo film di Paolo Sorrentino, vincitore del Gran Premio alla Giuria alla 78.esima Mostra del cinema di Venezia, parte dal personale per elevarsi all’universale.

In quella ripresa aerea che si traveste di sguardo divino, si ritrova nell’acqua di un mare che “non bagna Napoli” un sipario pronto ad aprirsi sullo spettacolo della vita. Un rincorrersi di luci e ombre, risate e dolori, tragedie e miracoli che ti cambiano il modo di guardare il mondo che scorre ignaro intorno a te.

Basta così volgere il proprio sguardo verso un corpo a testa in giù nel bel mezzo di un set cinematografico, che scoppia una rivoluzione epifanica pronta a rivelare la natura del proprio destino di regista. Oppure basta una partita, una mania per un calciatore elevato allo stato di divinità come Maradona da una terra di superstizione e tradizione, sacro e profano come Napoli, che lo scorrere degli eventi prende una nuova direzione e tutto cambia, muta, come la natura stessa di un’opera mai identica a se stessa, perché pronta a cambiare nelle proprie sembianze. Svestitosi di orpelli e inutili sovrastrutture, rimane adesso in Sorrentino solo un cuore che batte, e una bocca che sussurra con estrema e commovente semplicità al proprio pubblico ricordi, sogni, traumi prima rimossi, e ora pronti a tornare a galla, viaggiando a 200 chilometri all’ora come motoscafi che fanno “tuf… tuf… tuf”.

È stata la mano di Dio: il racconto di un passato bagnato da nessuna lacrima

Paolo non è Paolo. Adesso è Fabietto, uno dei tre figli di Saverio (Toni Servillo) e Maria (Teresa Saponangelo), coppia della buona borghesia napoletana, circondata da vicini, parenti e amici eccentrici e fuori dagli schemi che condividono allegria e problemi famigliari. Tipico adolescente ancora incerto sulle proprie sorti future, intorno a Fabietto ruota un caleidoscopico universo domestico fatto di scherzi materni e stoccate paterne, di un fratello che sogna il cinema e una sorella che vive chiusa in bagno. Ma questo universo ovattato da scherzi e simpatiche figure, è destinato a scomparire all’improvviso, creando un vuoto pronto a essere colmato da una chiamata artistica, dove la libertà si fa pagina bianca di un’esistenza pronta a creare, raccontare, volare via, per poi tornare verso una città che lo richiamerà per sempre a sé. 

Tutto il mondo è cinema

Il cinema ti distrae dalla realtà. La realtà è scadente. Il cinema no”. Se per William Shakespeare “tutto il mondo è teatro”, l’universo filtrato dallo sguardo di Paolo Sorrentino è un’inquadratura cinematografica in cui tutto vive di straordinarietà, perché anche tra gli intervalli cardiaci di esistenze scadenti e ordinarie, c’è sempre qualcosa di unico da raccontare. E il cinema prende, assorbe, digerisce e risputa. Un sistema digestivo che avvolge di materia nuova e preziosa qualcosa che germoglia da terreni ordinari.

Seguendo la storia di Fabietto, si segue allora anche la vita di Paolo Sorrentino, ma proprio perché trattasi di esistenza elevata alla seconda, moltiplicata – cioè – per l’essenza cinematografica, i confini tra immaginato e reale si fanno labili. Ci viene da chiederci cosa è reale, cosa inventato in È stata la mano di Dio, per poi accettare tutto come realistico, come parte di un’evoluzione di un ragazzo destinato a diventare ben presto uomo, e nel quale vedere riflessi frammenti di altre esistenze. Perché tutti siamo figli, nipoti, sognatori, parte di un mondo da studiare e far proprio… ma soprattutto tutti siamo liberi.

L’esistenza di Fabietto si fa dunque spettacolo della vita, una rappresentazione in tre atti in cui la commedia lascia spazio prima al dramma e infine a uno sguardo esistenzialista e profondo, ma mai ostico, sul concetto di libertà e creatività. Il linguaggio di Sorrentino si fa qui semplice, universalmente comprensibile perché generato dalle vie popolari di un mondo a cui appartiene e a cui ama ritornare. Un mondo che si inginocchia dinnanzi alla statua di San Gennaro, per poi pregare al cospetto di Maradona. Una commistione di santi e peccatori, sensualità e religione, figlia di quell’Amarcord di matrice felliniana generata dalla medesima sostanza fatta di ricordi e correnti di un passato che ti attira e ti risputa come le onde del mare.

E' stata la mano di Dio film Paolo SorrentinoNon me li hanno fatti vedere

Non me li hanno vedere”: c’è una potenza sottovalutata che si insinua negli inframezzi di ogni nostro battito di ciglia. Affrontare la perdita attraverso lo sguardo significa esorcizzare quel dolore lancinante che ti squarcia in due. La sua assenza rimane lì, come un boccone non ingoiato che risale in gola, un reflusso acido che ti blocca, ti piega, avvolgendoti in un limbo fatto di colpe auto-inflitte per un qualcosa di non toccato, non affrontato, non visto.

Non hanno fatto vedere i propri genitori a Fabietto, e Sorrentino non li fa a vedere a noi spettatori. Una sottrazione visiva che ci lascia appesi, soggetti guardanti in piena balia della propria angosciosa immaginazione di ciò che potrebbe essere e che non sappiamo come sia. Abbiamo bisogno di guardare la morte per affrontare il dolore, sostenere il suo sguardo per scavalcarlo. È però da questa mancanza che nasce qualcosa da raccontare, una lacuna da colmare con la forza della propria creatività. Si sostituisce ciò che non si è visto, con un suo surrogato cinematografico, mezzo visivo filtrato dagli occhi di un Fabietto nell’estenuante attesa di sentire rigare il proprio viso di lacrime liberatorie. 

Corpi di celluloide

“Non ti disunire” suggerisce il regista Antonio Capuano a Fabietto. E Paolo Sorrentino non si è disunito, ma reduplicato, riverberando nel corpo esile di uno straordinario e sensibile Filippo Scotti, parti di sé e del suo passato. Se Fabietto è dunque l’alter-ego di un Paolo Sorrentino che si sveste della sua anima più metaforica, sibillina, lirica, per mostrarsi nelle vesti di uomo in carne ed emozioni, È stata la mano di Dio si fa rappresentazione simbolica sia del suo protagonista, che del guscio cittadino che lo ingloba: Napoli. Le riprese sono ampie, così da accogliere al proprio interno sia il proprio protagonista, che gli ambienti che lo circondano e lo modellano. Le stanze di casa, le strade, le piazze, le barche su cui navigare, sono ponti diretti con la propria interiorità.

Fabietto è Napoli, e Napoli è Fabietto. In lui vivono e germogliano radici mnemoniche di ogni figura idiosincratica, sensuale, istrionica, incrociata; ogni strada attraversata; ogni onda affrontata. La fotografia empatica di una Daria D’Antonio capace di tradurre in luce le sfumature di una storia intima e personale come quella qui narrata; le scenografie di Carmine Guarino; i costumi di Mariano Tufano di una Napoli anni Ottanta febbricitante di sogni e abbigliata di simboli borghesi ricolmi di parodia; ma soprattutto, un cast corale di attori che si rafforzano l’un l’altro, caricando ma mai ridicolizzando i ruoli a loro affidati, sono tutti elementi studiati con maestria, tessere di un puzzle personale che una volta finito ridà indietro l’immagine di una storia tanto personale quanto universale. Ogni parte di questo discorso cinematografico si fa organo perfettamente funzionante di un corpo pronto a vivere, rinascere, generato e partorito dalla luce della Settima Arte, e per questo divenuto straordinario. Un corpo che si muove, che ride -e tanto – nella prima parte, complici situazioni e scene di vita famigliare prese in prestito dal miglior De Filippo, ma che non piange.

Ci prova, lotta a scendere a patti con il proprio dolore, ma vive nell’ombra, come dimostra il ripetersi di continue scene in notturna. Sarà solo quando il destino inizierà a farsi chiaro, quando si comprenderà che quel dolore non è altro che la culla di una storia da narrare, che le lacrime scenderanno mescolandosi al mare che lambisce la costiera napoletana. Finalmente Fabietto, e con lui Paolo, grazie a quelle lacrime che (non) scendono, ha finalmente qualcosa da raccontare. Uno schiaffo in pieno volto, lanciato con forza da una mano volante. È stata la mano di Dio per Maradona, ed È stata la mano di Dio anche per Sorrentino.