Il nuovo lavoro di Michael Zampino, Governance – Il prezzo del potere, affida a uno degli attori più solidi del panorama italiano, Massimo Popolizio il compito di incarnare se non il male, uno degli istinti più brutali che muovono l’essere umano, la brama di potere. Il regista italo-francese alla sua opera seconda dopo L’Erede del 2011, interessante thriller psicologico con Alessandro Roja, conduce lo spettatore in un ambiente a lui ben noto: quello delle grandi aziende petrolifere. Dove Zampino ha lavorato per ben quindici anni. Da quest’esperienza ha tratto linfa vitale per il film.

La trama di Governance – Il prezzo del potere

Renzo, Massimo Popolizio, è il direttore generale di un grosso gruppo petrolifero. È un uomo senza scrupoli, molto abile nel convincere e manipolare gli altri, con un’ampia rete di conoscenze e relazioni. Costretto ad abbandonare il suo ruolo in seguito a un’inchiesta per corruzione, non si dà per vinto e fa di tutto pur di riprendere il proprio posto, ora occupato dalla giovane e brillante Viviane Parisi, Sarah Denys, che promette di accompagnare l’azienda in una necessaria transizione green. Renzo è convinto che sia stata proprio Viviane a tradirlo ed è determinato a fargliela pagare. Coinvolgerà nel suo piano anche Michele, Vinicio Marchioni, un vecchio amico che gli ha chiesto un favore. I due si troveranno poi a fare i conti con le conseguenze delle loro azioni. Renzo però, sa bene come muoversi in un sistema fatto di corruzione e giochi di potere.  

Governance – un noir spietato con un protagonista stellare

Si presenta con una locandina da film d’azione all’americana, stile Heat – La sfida, il nuovo thriller di Michael Zampino. Governance – Il prezzo del potere è avvincente, ha un buon ritmo e un protagonista magnetico nella sua malvagità. Lo spettatore è ansioso di vedere fin dove si spingerà e se riuscirà a cavarsela.

Il contesto nel quale i protagonisti si muovono è tratteggiato in maniera davvero molto realistica.  Qui vale l’esperienza personale di Zampino e fa la differenza. Il regista dipinge bene un mondo che conosce: le trame, gli intrighi, le ambizioni, anche fuori tempo massimo, mentre il sistema investigativo e giudiziario arranca. Traccia una visione d’insieme vivida e convincente, ma allo stesso tempo lascia intuire più di quanto non esponga. A Zampino, qui come nel suo precedente L’Erede, non interessa tanto il contesto, quanto l’uomo. Non gli interessa capire se l’accusa di corruzione contro Petrucci sia vera o falsa, scoprire la verità. Come non gli importa dirci quale sarà il destino dei due protagonisti e che ne sarà dell’indagine dell’ispettrice Ricciardi, Sonia Barbadoro. A Zampino interessa l’animo umano, con i suoi vizi e le sue virtù. Da spettatore, tuttavia, si vorrebbe sapere un po’ di più di quel mondo delle grandi compagnie petrolifere nel quale il regista ci introduce così bene e del quale molto si intuisce tenga per sé. 

Governance riesce ad essere coinvolgente anche perché non è affatto edulcorato, ha anzi in comune col cinema americano il coraggio di far sì che i cattivi lo siano fino in fondo, senza improbabili svolte buoniste a lieto fine. Spietatamente ma realisticamente, non fa sconti all’essere umano, non gli concede pentimenti, ravvedimenti. Del cinema europeo, però, ha la complessità dei personaggi. Non vi è mai una lotta manichea tra buoni e cattivi, ma piuttosto un mondo articolato in cui bene e male si mescolano in ciascun personaggio, proprio come avviene nella realtà. Merito della sceneggiatura scritta a sei mani dal regista con Giampaolo G. Rugo ed Heidrun Schleef, in cui nonostante certi elementi siano solo accennati, bastano  a far comprendere la complessità del mondo retrostante. 

Governance – recensioneMerito però anche di un attore che sa incarnare i vari aspetti della natura umana e non lascia nulla al caso. Massimo Popolizio porta letteralmente su di sé il film. Sa essere un perfetto cattivo, ma non solo. È un piacere vederlo calarsi nei panni ferini di Renzo, con quel suo modo bulimico di mangiare, con quella sua personalità quasi doppia: padre amorevole, a suo modo, ironico, ma al contempo essere brutale, capace di ogni cosa pur di ottenere ciò che vuole. Questa duttilità interpretativa è riassunta nell’inquadratura finale in cui, solo attraverso lo sguardo, riesce a restituire l’ampio spettro emotivo del suo personaggio. Difficile non vedere, come l’attore stesso ha ricordato in conferenza stampa, tanto Shakespeare dietro a questo suo Renzo.  

A Vinicio Marchioni il compito di affiancarlo, facendo perno su caratteristiche molto diverse: Michele vorrebbe imitare Renzo, nel suo piccolo, ma ha meno coraggio, meno spregiudicatezza. È il tipico uomo di strada che tenta il grande salto, ma è sempre a rischio che sia più liungo della sua gamba. Il personaggio ben interpretato da Marchioni serve per evidenziare i segni che il male lascia dentro, le macchie che non vanno più via. È quello a cui la colpa rimane più addosso. Apparentemente Renzo riesce a rimuoverla, anche se in qualche momento riaffiora, come appunto nella bellissima scena finale. A completare il cast Claudio Spadaro, nel ruolo di Marcello Zanin, Maria Cristina Heller nei panni di Carla Petrucci e la giovane Marial Bajma-Riva, convincente nei panni di Sofia Petrucci. 

La sfida dell’opera seconda può dirsi vinta per Michael Zampino e chissà che Governance – Il prezzo del potere, così intrigante, in parte ellittico e con un finale apertissimo non preluda a sviluppi futuri, magari un sequel o un approdo alla serialità.