Helmut Newton: The Bad and The Beautiful recensione

Dopo il passaggio al Tribeca Film Festival e quello al 38° Festival di Torino (nella selezione Fuori Concorso), Helmut Newton: The Bad and The Beautiful dovrebbe arrivare anche nelle sale italiane, grazie a Movies Inspired, non appena sarà possibile far piani a lungo termine in merito alle uscite al cinema.

Il film documentario, diretto da Gero von Boehm, è meglio definibile come una lettera d’amore che il mondo dell’arte, della moda e del cinema, attraverso alcune delle sue rappresentanti che hanno lavorato con Newton, scrive al fotografo tedesco, vera e propria icona della fotografia, che ha contribuito a forgiare un immaginario e un modo di raccontare società e costumi attraverso il corpo stesso della donna.

Proprio attraverso il corpo della donna, sempre bellissima e statuaria, Newton ha esplorato la sua idea di racconto, tenendosi sempre lontano, a suo dire, da arte e buon gusto, due parole che, nella fotografia, “sono brutte”. Operando in tutto il mondo, dall’Australia a Singapore, passando per Los Angeles, dove è morto in un tragico incidente d’auto nel 2004, partendo dall’Europa, dov’è nato e cresciuto, vivendo un momento storico della Germania che lo ha forgiato molto più profondamente di quanto lui stesso fosse disposto ad ammettere.

L’uomo delle contraddizioni

Helmut Newton è l’uomo delle contraddizioni, cresciuto nella liberale Repubblica di Weimar, da adolescente si trova a fare i conti con l’ascesa di Hitler e il cambiamento radicale della sua condizione di ebreo a Berlino. Nonostante questo, conserverà sempre una grande ammirazione e fascinazione per il lavoro di Leni Riefenstahl, la regista del regime. Fuggito da Berlino per rimanere in vita, amava tornarci, nonostante per lui rappresentasse il simbolo di una vita nel posto in cui si è nati negata dalla Storia.

Questa contraddizione si riverbera in ogni suo scatto, le sue foto sono attraenti e respingenti, sensuali e fastidiose, le sue donne appaiono potenti e vittimizzate. Nulla, nella fotografia di Helmut Newton, è banale e tutto è frutto di un’immagine che era già presente nella testa del fotografo e che viene stimolata e tirata fuori da un contesto, un corpo, un momento preciso del suo processo creativo.

Helmut Newton: The Bad and The Beautiful recensioneHelmut Newton e le donne

Helmut Newton: The Bad and The Beautiful è un racconto del fotografo attraverso filmati casalinghi, interviste a lui e alla moglie, Newton June (alias la fotografa Alice Springs), ma soprattutto alle donne che lui ha fotografato e raccontato attraverso la sua lente. Grace Jones, Charlotte Rampling, Isabella Rossellini, Anna Wintour, Claudia Schiffer, Marianne Faithfull, Hanna Schygulla, Nadja Auermann e la moglie stessa sono la voce di questo documentario. Nel film è presente anche un acuto scambio con Susan Sontag, che lo definisce misogino, proprio per come sembra rendere oggetti sessuali le sue donne.

Tuttavia, ognuna delle donne intervistate che hanno lavorato con lui a diversi livelli, hanno parlato di quanto fosse bello, sicuro, divertente posare per Helmut, Rossellini parla di ironia, Schiffer di trasformazione, Jones di potere del quale si sente investita a posare per lui.

Insomma, sembra chiaro che, per quanto le critiche del tempo siano state ingenerose con lui e con il suo senso trasgressivo per l’immagine, è altrettanto chiaro che nella sua bolla professionale, Helmut Newton era un uomo che trattava le sue donne come oggetto di studio, di indagine. Per quanto si ostinasse a guardarne solo l’aspetto esteriore e le misure delle modelle che avrebbe scelto, riusciva poi a raccontarle sempre in una maniera profonda, introspettiva, a volte dolorosamente onesta.

Emblematico è infatti il suo primo incontro con Grace Jones; la cantante racconta che dopo il primo provino, lui la mandò via perché aveva il seno troppo piccolo per il suo standard, ma poi la chiamò, ricordandosi solo dopo che l’aveva mandata via per il seno piccolo. E andò così per tre o quattro volte, fino a che fu chiaro che Newton voleva fotografare quella donna, e che le dimensioni del seno erano secondarie. Ancora una contraddizione. I ritratti di Grace Jones (con Dolph Ludgren) firmati da Newton sono ad oggi una rappresentazione potentissima del corpo della cantante e della sua forza.

Helmut e June

Per quante modelle possa aver fotografato in vita sua, l’unica vera musa di Newton fu sua moglie, anche lei fotografa, anche lei coinvolta in Helmut Newton: The Bad and The Beautiful. Helmut era l’artista, la testa matta, il creativo, ma June era la proprietaria di Helmut, in un certo senso. La sua opinione aveva un peso enorme nel suo lavoro e nonostante la relazione potesse essere turbolenta di tanto in tanto, è stata il punto fisso imprescindibile nella carriera del fotografo, così come nella vita. È stata scattata da June l’ultima foto di Helmut, mentre, dopo l’incidente a Los Angeles, era intubato, in ospedale. Era il 2004, sarebbe morto dopo poco.

Le sue immagini sovversive e provocatorie della donna sono state al centro del suo lavoro, la sua leggerezza e la sua ironia una cifra distintiva dell’approccio alla sua opera, e forse proprio per questo tutte le donne che hanno lavorato con lui ne ricordano l’estrema gentilezza e professionalità, ma anche questa misteriosa ispirazione che compariva all’improvviso e si impossessava di occhio e dita, e Helmut scattava, consegnando istanti all’eternità.

Helmut Newton: The Bad and The Beautiful è un ritratto intimo e divertente dell’uomo e del fotografo, non ci azzarderemo a definirlo artista, a lui non piacerebbe. Lontano dalle etichette, resta però l’importanza di un lavoro, scatti, sguardi e immagini, che con l’occhio di oggi potrebbero contribuire in maniera costruttiva al discorso sull’empowerment femminile che passa attraverso la sua forma. Negli anni post rivoluzione sessuale, Settanta e Ottanta, Helmut Newton è riuscito a portare avanti un’idea del corpo femminile che ancora oggi ha portata rivoluzionaria.

 
RASSEGNA PANORAMICA
Chiara Guida
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Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.