Hopper/Welles

Si fa sempre un gran parlare della Magia del Cinema, ma in un momento in cui il solo poter raccontare una Mostra del Cinema sembra un miracolo vedere resuscitati due nomi come quelli citati dal titolo appare davvero come il più riuscito degli incantesimi. L’Hopper/Welles presentato a Venezia tra i Fuori Concorso non è altro che la ripresa della conversazione svoltasi nel 1970 tra un trentacinquenne Dennis Hopper e Orson Welles durante una serata passata insieme dai due tra sigarette e gin tonic a parlare di società, rivoluzioni e soprattutto – e imprescindibilmente – cinema.

 

Impossibile non pensare immediatamente all’incontro tra Alfred Hitchcock e François Truffaut (raccontato in un celebre libro e nel documentario di Kent Jones, presentato al Festival di Cannes nel 2015). Un incontro diverso e più strutturato di questo, che da subito prende una piega molto particolare e rivela rapidamente uno squilibrio tra le forze in campo. Da un lato il regista di Easy Rider, autore di uno degli esordi più sorprendenti della Nuova Hollywood ed ex giovane ribelle, dall’altro il grande Maestro di Quarto Potere, qui anche regista del documentario realizzato durante le travagliate riprese del suo ultimo L’altra faccia del vento (The Other Side of the Wind) e il complicato montaggio di Fuga da Hollywood (The Last Movie) di Hopper.

Orson Welles, genio e grande burattinaio

Difficile relegare una personalità come quella di Welles a un cliché, figurarsi se una tale occasione poteva vederlo semplice spettatore, intervistatore, regista. Hopper, sullo schermo, lo definisce un Party, ma la sua pare più una speranza malriposta, forse dettata dalla disperazione di trovarsi sotto il fuoco di fila di una controparte dialettica di rara entità, una personalità strabordante, che fuoriesce dallo schermo e si materializza davanti alla macchina da presa, che pure non lo mostra mai. Un colosso con il quale ogni scambio sembra destinato a diventare tenzone, ogni incontro uno scontro. Ed è interessante scoprire i diversi orientamenti, o le letture dello spettacolo offerto: quello che per The Wrap è una sorta di Talk Show, per Screen diventa una conversazione intima e rivelatrice… e forse la lettura più condivisibile arriva da IndieWire, che ne parla come di “brain candy for cinephiles“.

Un dolcetto, un piccolo ‘treat‘, una chicca per i più nostalgici di due grandi ormai scomparsi. E perché no per il gusto voyeuristico che non pochi proveranno nel poter superare il limite, e nel vedere una tale celebrità in difficoltà davanti a un Mito più grande di lei. Che si offre con una generosità rara e del quale è possibile intuire l’umanità – per quanto venata di sadismo, ma piuttosto divertito (e divertente) – come poche altre volte. Welles è saccente, pretestuoso, scorretto, incalzante, poco conciliante e tutto sommato ospitale… ma è il suo modo di essere, non solo regista. Il timone è nelle sue mani, prevalere è inevitabile. Anche se forse avrebbe potuto mostrare maggior indulgenza, almeno verso gli spettatori, condensando ulteriormente il materiale raccolto con buona pace di qualcuno degli argomenti trattati.

Intrigante, ma per cinefili pazienti

Interessante la fase di riscaldamento dei due ‘pugili’, con scambi sul ruolo del regista ‘Dio’ o ‘Mago’ e con le citazioni di tanto cinema a noi vicino – da Visconti e Buñuel, a L’anno scorso a Marienbad e 8 e 1/2 – o i diversi punti di vista sul montaggio, per uno straziante mutilazione della propria creatura per l’altro cinica eliminazione del superfluo e di tutto ciò che non permette di vederne il meglio. Purtroppo prima ancora di entrare nel vivo, la dinamica del confronto si rivela nella sua completezza. E purtroppo non cambia molto nel suo procedere. I momenti migliori – al netto del piacere intellettuale per ragionamenti tanto taglienti – sono forse quando Hopper spezza la monotonia e si mostra meno passivo. Ma è tutta una tattica. Welles gode nell’incastrare l’altro, costretto a stare al gioco. Lo forza, lo imbocca e poi ne distorce le risposte. Una provocazione continua che a tratti porta a empatizzare con la vittima della serata.

Non si fraintenda, Hopper sarà pure un pugile incapace di uscire dall’angolo in cui è stato chiuso, ma non è certo uno sparring partner. La sua storia e la sua carriera parlando da sole, eppure in questo frangente non si ha mai l’impressione che possa sorprenderci e assestare un colpo. Forse il difetto più grave del documentario, che rischia di diventare noioso ai più. Se non esasperante. In attesa del colpo di grazia si passa dall’analisi psicanalitica alla politica, con Hopper che di volta in volta si trova a vestire i panni del ‘rivoluzionario da festa in piscina’, del ‘impegnato confuso’, del teledipendente pigro, del buon americano nostalgico, del politico da Reader’s Digest o dell’artista di rottura per colpa di una madre dispotica e di un padre assente (in realtà agente dei servizi segreti in Cina). Sul filo di lana arriva l’ultima battuta, la definitiva schiacciata dell’indiscusso dominatore, che chiude i giochi: “Le rivoluzioni le fa chi legge, non chi guarda la tv!”. Game. Set. Match.