Con Jay Kelly, Noah Baumbach torna in concorso alla Mostra Internazionale del Cinema della Biennale di Venezia con un’opera che sembra pensata per conquistare il pubblico più vasto possibile, sacrificando parte della sua consueta finezza autoriale. Il film, che vede George Clooney nei panni di una star in crisi esistenziale, si muove con disinvoltura tra i codici del dramma e quelli della commedia, ma lo fa scegliendo scorciatoie narrative che ne limitano la forza. L’impressione è quella di un racconto “ben confezionato”, capace di intrattenere senza mai davvero mettere in discussione lo spettatore.
Il tema centrale è quello classico del successo pagato a caro prezzo: Jay Kelly, attore adorato dalle masse, è costretto a confrontarsi con ciò che ha sacrificato lungo il cammino, in particolare gli affetti familiari e le relazioni autentiche. Se l’intento dichiarato di Baumbach era quello di interrogarsi sull’identità e sul senso di una vita vissuta “in scena”, il risultato appare in parte appiattito su cliché già noti, dove l’uomo di successo paga l’inevitabile scotto della solitudine.
Cliché e stereotipi in viaggio per l’Europa
La cornice del viaggio europeo dovrebbe offrire respiro al racconto, ma si trasforma in un catalogo di stereotipi, sul clamore, la confusione, l’accoglienza e i modi di fare goffi e riguardosi. Tutto ciò rafforza l’idea di un film che cerca la “poesia” nelle scorciatoie, invece che scavare davvero nella cultura o nelle contraddizioni dei luoghi attraversati.
Baumbach sembra cadere nella trappola di un certo immaginario hollywoodiano, dove l’Italia in particolare diventa scenario pittoresco al servizio di una parabola morale americana. Il viaggio del protagonista è ridotto a specchio che riflette le nevrosi di Jay Kelly senza mai avere un ruolo determinante.

Il ricco e la bontà del povero
Tra i momenti più problematici del film c’è proprio l’incontro tra il divo e le persone comuni, descritti come depositari di una purezza morale che il protagonista avrebbe perduto. Baumbach insiste su questa contrapposizione in modo fin troppo programmatico: il ricco che scopre nella semplicità del povero una verità più autentica. Un topos narrativo che, anziché offrire complessità, riduce i personaggi secondari a funzioni esemplari, perdendo così in credibilità.
Due star, un’occasione mancata
La presenza di George Clooney nel ruolo principale è senza dubbio l’elemento più attrattivo del film. L’attore mette al servizio della parte il suo consueto carisma, reggendo da solo gran parte della scena. La sua interpretazione ha l’eleganza che ci si aspetta, ma proprio questa prevedibilità diventa un limite: Clooney è perfetto per incarnare la star di successo tormentata, ma forse troppo perfetto per sorprendere davvero.
Accanto a lui troviamo Adam Sandler, nei panni del manager Ron. Un personaggio che, almeno sulla carta, poteva offrire un contrappunto interessante: il punto di vista di chi vive la fama non da protagonista ma da figura “satellite”, necessaria ma invisibile. Purtroppo il film non gli concede abbastanza spazio: Sandler rimane un comprimario abbozzato, un’ombra di ciò che avrebbe potuto essere. Una scelta che priva Jay Kelly di un’angolazione nuova, rinunciando a esplorare il lato più ambivalente del rapporto tra star e entourage.
Tra cinema e vita: un finale benevolo
Il finale del film abbraccia una visione conciliatoria: in fondo, sembra dirci Baumbach, sacrificare parte della vita privata in nome dell’arte e della capacità di emozionare il pubblico è un prezzo che può valere la pena pagare. È un messaggio che suona rassicurante e che, se da un lato può toccare corde sincere, dall’altro rischia di suonare autoassolutorio.
Più che un vero bilancio amaro, Jay Kelly sceglie di chiudere con una nota di benevolenza verso il protagonista e verso l’industria stessa. Un atto di fede nel cinema, certo, ma che riduce la complessità del discorso iniziale a una formula edificante. Il film sembra allora rivolgersi a chi cerca conferme più che a chi desidera interrogarsi.

Un passo indietro per Baumbach
Jay Kelly appare come un Baumbach più accomodante. Se opere precedenti come Marriage Story riuscivano a scavare nelle contraddizioni umane con lucidità e dolore, qui ci troviamo di fronte a un prodotto levigato, pensato per piacere senza urtare. Non a caso, l’opera richiama per atmosfere e ambizioni la serie The Studio di Apple TV+, con cui condivide l’idea del dietro le quinte del cinema senza però la tendenza a graffiare davvero.
È un film che scorre piacevolmente e che troverà certo il suo pubblico, ma che difficilmente resterà tra le opere più memorabili del regista. Ben confezionato, sì, ma anche troppo legato a formule già note, Jay Kelly rischia di essere ricordato più come un’occasione mancata che come un capitolo imprescindibile della carriera di Baumbach.
Jay Kelly
Sommario
Se opere precedenti come Marriage Story riuscivano a scavare nelle contraddizioni umane con lucidità e dolore, qui ci troviamo di fronte a un prodotto levigato, pensato per piacere senza urtare.