La mia vita con John F. Donovan

Arriva nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red, La mia vita con John F. Donovan, il film che segna l’esordio in lingua inglese di Xavier Dolan, tanto caro ai festival di cinema e ad appassionati della settima arte.

Classe 1989, ad appena 30 anni, Dolan ha già diretto e scritto otto film, costruendosi a ragione la fama di ragazzo prodigioso, che anche nelle prime forme rozze e abbozzate, riusciva a comunicare una profondità e un’attenzione alla storia e ai personaggi che raramente si riscontrano, anche in autori più esperti e navigati. È risultato quindi strano quando, già durante la produzione de La mia vita con John F. Donovan, si è cominciato a parlare di problemi di sceneggiatura, poi di montaggio, creando intorno al film un alone di mistero, tanto che dopo la presentazione a Toronto 2018, il film è stato accolto malissimo dalla critica, trovando distribuzione soltanto in Francia, e ora in Italia.

Ma è davvero andato qualcosa storto nell’esordio di Dolan con l’inglese? Cosa è capitato alla sua limpida visione della storia, dei personaggi e dell’intreccio di identità che da sempre rendono forte il suo cinema?

La storia del film ruota intorno alla corrispondenza epistolare tra Rupert e John Donovan. Il primo è un ragazzino che sogna di fare l’attore, il secondo è la star più in vista del momento, il giovane attore di bell’aspetto e di dubbio talento che però è all’apice del successo grazie ad uno show tv, pronto a fare il grande salto sullo schermo d’argento.

La storia si sviluppa su due piani temporali, il presente in cui un adulto Rupert (Ben Schnetzer), scrittore ed attore lui stesso, racconta della sua amicizia epistolare con John, e il passato, in cui seguiamo il giovane Rupert (Jacob Tremblay) e parallelamente i tormenti di John (Kit Harington), dalla pasticciata e timorosa gestione della sua identità sessuale, fino ai dubbi sulla sua vita e la sua carriera. Lo stato di torpore in cui si immerge questa seconda linea temporale, esplode nel momento in cui lo scambio epistolare trai due viene reso pubblico e del quale viene messa in discussione l’esistenza stessa.

Dolan riversa tutta la sua vita nel film e, sebbene si sia trovato spesso a raccontarsi, nei suoi film, questa volta solleva lo sguardo dal suo ombelico e prova a raccontare quella che è la sua vita di artista, di persona che si mette in gioco davanti ad un pubblico. Così, Xavier è tutti i personaggi e nessuno di loro fino in fondo: è il giovane Rupert che scrive al suo beniamino e a lui si ispira (come Dolan stesso fece con Leonardo DiCaprio all’epoca di Titanic), è Rupert adulto, che nonostante abbia una storia autoreferenziale e poco importante nel grande ordine del mondo, vuole raccontarla per provare a dare voce a persone e ad emozioni, è John Donovan, giovane star che non riesce a gestire il successo e si chiede se e come debba condividere la sua vita privata con il suo pubblico.

In quest’ottica il film si rivela essere una lunga confessione del regista, preso a volersi spiegare, raccontare, giustificare e mostrare al suo pubblico. Lo fa però in maniera goffa e personalissima, riproponendo ancora una volta il suo amore per la musica pop, e nascondendo nel film le sue più grandi passioni, da Harry Potter e Titanic (uno dei suoi film preferiti). A questa ricchezza di intenzioni, corrisponde però una forma disordinata, in cui il contenuto fatica a trovare una sua collocazione precisa.

Il filo rosso della storia, la corrispondenza tra Rupert e John, resta in secondo piano, tanto che anche lo spettatore ad un certo punto comincia a dubitare della sua esistenza, immaginando che sia solo nella testa del ragazzino. Quando poi questa viene certificata dall’ammissione di John, tutta la vicenda procede in maniera frettolosa e prevedibile, niente che si avvicini alla finezza che Dolan ha sempre raccontato nei suoi film precedenti.

Lo stile elegante, i primi piani indagatori, i colori saturi tornano anche qui a strutturare i quadri e i tempi della narrazione, ma è innegabile che, nonostante un certo fascino che il film comunque esercita e al netto delle difficoltà produttive che ha affrontato in corso d’opera e in fase di montaggio, La mia vita con John F. Donovan rappresenta un momento basso della carriera del regista canadese.

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