Dopo The Millionaire di Danny Boyle (tratto da Le dodici domande di Vikas Swarup) e Vita di Pi di Ang Lee (dal romanzo di Yann Martel), la cinematografia indiana cerca di ampliare i propri orizzonti approdando su Netflix con La Tigre Bianca, di Ramin Bahrani, disponibile dal 22 gennaio e tratto dall’omonima opera letteraria di Aravind Adiga. 

La Tigre Bianca: la trama

Punto di partenza per il regista statunitense è il romanzo di Aravind Andiga, che ha fruttato allo scrittore il prestigioso Booker Prize nel 2008. Protagonista del racconto è un servitore e autista di nome Balram Halwai (interpretato da Adarsh Gourav)un giovane indiano della “casta bassa” (Adarsh Gourav), il quale sin da piccolo sa volere raggiungere la posizione sociale di “tigre bianca”, animale che nasce una sola volta in una generazione. Egli riesce ad evadere dalle costrizioni sociali legate all’appartenenza alla casta più umile e a guadagnarsi astutamente la posizione di ricco imprenditore. Il viaggio di Adarsh verso la ricchezza a cui ambisce ne plasmerà il carattere e le prerogative, avvicinandolo a un mondo-gabbia dorata, in cui dovrà vedersela con i predatori più accaniti. L’avventura e le vicissitudini del protagonista si pongono come specchio delle disuguaglianze sociali e dei mali insanabili della società indiana, di cui emergono le maggiori contraddizioni.

La Tigre Bianca: il cambio di registro movimenta la narrazione

Il percorso di ascesa canonica del protagonista da una condizione sfavorevole, opprimente e degenerativa, che si muove verso un cambiamento con cui dare un giro di vite alla propria esistenza, viene arricchito ulteriormente da cambi di registro ne La Tigre Bianca. La ricca famiglia di cui Balram diviene servitore non è infatti esente da sotterfugi e dinamiche poco trasparenti, che lasceranno fuoriuscire anche i lati più oscuri del protagonista, costretto a confrontarsi con i potenti. A metà film viene meno la componente favolistica e la narrazione si fa più tetra e macchiata; il cambio di registro è sottolineato dalla fotografia di Paolo Carnera, che mette in evidenza il malessere e il marciume dello spazio scenico, metafora di una società incapace di rigenerarsi.  La pellicola si discosta quindi dal mero dramedy condito di happy ending, che fa leva su tematiche rilevanti quali disuguaglianze legate al sistema delle caste, politica, corruzione e religione: uno sguardo registico interessante, che riesce a condire la narrazione di scetticismo e ironia dolceamara.

Viene subito in mente il potente e pluripremiato Parasite di Bong Joon-ho proprio perché la narrazione in prima persona del film di Bahrani fa proprio un linguaggio diretto e coinvolgente che cerca di rompere la quarta parete per ammaliare e suscitare l’interesse dello spettatore.

La tigre Bianca

Un’ottima interpretazione da parte di Adarsh Gourav

Fulcro della narrazione è l’arco di trasformazione del personaggio di Ashok che, da giovane innocente agnello sacrificale, si ritrova a dover celare le proprie ambizioni di ascesa sociale dietro sorrisi, inchini e riverenze. L’aspetto di autista premuroso e obbediente in realtà si unisce a piani astuti e meschini, privi di alcuna remora morale, e tramite i quali Ashok cercherà di raggiungere i suoi scopi. In questo scenario calano la partecipazione e la fiducia dello spettatore nei confronti del personaggio: siamo ormai oltre la prima parte della pellicola e si può solamente auspicare a una redenzione finale, che sappiamo arriverà in un qualche modo.

Il film si mostra fin da subito come un racconto in prima persona indirizzato al primo ministro cinese in visita alla città dove Balram è diventato un imprenditore di successo, Bangalore. La voce narrante ci accompagna lungo tutto il cammino del personaggio, tuttavia risultando a tratti troppo didascalica e ridondante. E’ chiaro fin da subito che Balram uscirà vincitore, tigre bianca, non è il compimento del percorso che interessa al regista, bensì il come avverrà la sua personale rivincita nei confronti della “casta alta”.

Elemento fondamentale della riflessione di Bahrani è la convivenza e lo scontro tra anime differenti: quella indiana e statunitense. Il dualismo tra le due realtà è sottolineato dalla commutazione di codice, cioè l’alternare lingua inglese a hindi, che rende chiaro come la scelta della lingua da utilizzare influenzi i rapporti interpersonali. Emblemi di questa interculturalità soffocata sono soprattutto i comprimari che affiancano Balram: Ashok (Rajkummar Rao) e Pinky Madam (Priyanka Chopra).

Bahrani si appropria di stilemi tipici del gangster movie hollywoodiano, inseriti però all’interno del contesto socio-culturale indiano, che aggiunge una nota potente di caoticità, misticismo e ciniche contraddizioni. Il cinismo acuto che percorre tutta la storia di Balram può essere condensato da una citazione indiretta a The Millionaire di Danny Boyle da parte di Balram: egli sostiene infatti che in India non ci sia nessuna scappatoia come un gioco a premi per sfuggire dalla povertà, ma si possa soltanto scegliere di uscire dalla “stia per polli”, incuranti delle conseguenze nefaste che ne potrebbe scaturire.