Le strade del male recensione

Ad aprire il film diretto da Antonio Campos, è la calda e ammaliante voice-over di Donald Ray Pollock, autore del romanzo da cui è tratto Le strade del male. Questo non troppo piccolo dettaglio la dice lunga sull’operazione di trasposizione che i fratelli Campos hanno scelto di adottare per il film. Per tutta la durata di questo, infatti, la voce narrante di Pollock tornerà in più occasioni, spiegando, anticipando o riflettendo su quanto accade in scena. La sua, si capirà, è una lettura delle esatte parole utilizzate nel suo libro, da cui sembra prendere vita un adattamento cinematografico il più fedele possibile ad esso.

 
 

All’interno di questo racconto si ritrova un cast corale composto da alcuni tra i più noti interpreti del momento, da Tom Holland a Robert Pattinson, passando per Bill Skarsgård, Mia Wasikowska, Jason Clarke, Sebastian Stan, Eliza Scanlen, Harry Melling e Riley Keough. Ambientate in un arco temporale che va dalla Seconda guerra mondiale alla guerra del Vietnam, le loro storie, talvolta apparentemente indipendenti l’una dall’altra, finiranno per essere tutte collegate da una spirale di violenza e vendetta che ha origini ben più antiche e radicate di quanto possa sembrare.

Nel cuore dell’America, tra fede e odio

Quello di Pollock è stato acclamato come uno dei romanzi più affascinanti del 2011, capace di raccontare senza mezzi termini le ferite della generazione che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale, e di come queste siano poi state ereditate anche dai loro discendenti. Non è un caso, infatti, che il racconto si apra e si chiuda tra i due conflitti che più hanno sconvolto gli Stati Uniti, ad indicare che tutto sembra destinato a ripetersi all’infinito. In questa parentesi, germogliano così quei semi del male che infesteranno le vite dei protagonisti di questa storia. Mano mano che il racconto del film procede, risulta infatti sempre più interessante scoprire come i singoli percorsi finiranno con l’intrecciarsi con quelli degli altri, con esiti talvolta disastrosi.

In questa giostra si avvicendano così veterani delusi dalla fede, serial killer in giro per gli Stati Uniti, mogli fin troppo devote, e reverendi dalla dubbia morale. In ultimo, i figli di tutti loro, su cui ricadono colpe che si annidavano sulla terra già prima dei loro vagiti da infanti. Il contesto in cui si muovono è sporco, rozzo, tutt’altro che rassicurante. Un ruolo centrale a riguardo lo gioca la fede religiosa. Dio appare infatti essere un passivo e silenzioso osservatore, e coloro che dovrebbero professare la sua parola sono i primi a portare corruzione morale. Se non c’è giustizia sulla terra, non ce n’è neanche nel Regno dei Cieli. E se Dio è una figura assente, a farla da padrone è allora il diavolo tentatore. A questo proposito il titolo originale The Devil All The Time, risulta ben più esplicativo dell’italiano Le strade del male.

Ancora una volta, il cuore del racconto sembra essere la violenza che sopravvive al suo artefice, e che come un virus si diffonde in cerca di nuove vite da distruggere. Si è sempre detto che l’America è fondata su tale concetto, e Pollock sembra descriverlo davvero bene. Così bene che ai due sceneggiatori deve essere sembrato un peccato rinunciare a qualcosa del suo romanzo. Come si diceva in apertura, un’operazione di trasposizione così fedele, con perfino brani riportati parola per parola e letti dal loro stesso autore, è certamente una trovata interessante. Dato il peso delle tematiche trattate, ciò non significa però che sia stata del tutto un bene per il film.

Le strade del male Robert Pattinson
Robert Pattinson in una scena del film.

Le strade del male: la recensione

La sensazione, intraprendendo la visione di Le strade del male, è infatti quella di trovarsi davanti ad un racconto che non sa scegliere a cosa rinunciare. I due autori riportano un’enorme quantità di eventi, che per quanto affascinanti avrebbero probabilmente trovato maggior compiutezza in un prodotto seriale. Qui invece finiscono con l’essere compressi e male approfonditi. Ciò porta a due principali e ben evidenti conseguenze. La prima è l’altalenante ritmo del film, che fatica a conquistare davvero l’attenzione dello spettatore. Molto spesso non è infatti chiaro quale direzione si stia prendendo, passando in breve dal dramma famigliare, al thriller al racconto di formazione. Un mix di generi certamente possibile, ma che qui non dimostra una particolare, e naturale, coesione.

La seconda conseguenza è quella di sprecare un cast tanto ricco di talento. Fatta eccezione per Holland, Pattinson e Skarsgård, che avendo più tempo a disposizione riescono a rendere più tridimensionali i loro personaggi, gli altri finiscono con l’essere quasi delle comparse. Molti di loro, la Wasikowska su tutti, non riescono così ad esprimere il potenziale che fanno intuire. Provare dunque un qualche coinvolgimento nei loro confronti diventa così non sempre semplice. Ed è questo un problema non indifferente per un film che punta tutto sul suo cast. Fortunatamente, come detto, Holland e Pattinson riescono a catturare l’attenzione, dimostrando di essere attori sempre più maturi e meritevoli di considerazione.

Nel suo voler raccontare troppo, dunque, Le strade del male inciampa nelle proprie ambizioni e finisce con il lasciar solo intuire la propria forza. Un racconto tanto ricco e affascinante avrebbe certamente meritato un respiro più ampio, che potesse far sentire parte della sua epica. Non si tratta di un’occasione totalmente mancata, va detto. La pellicola riesce comunque ad assestare una serie di immagini e scelte di regia avvincenti (il confronto tra Pattinson ed Holland è certamente tra questi). Ma considerando le premesse non riesce a non essere più fragile del dovuto. Rimane dunque il dubbio se non sarebbe stato meglio adattare il romanzo in una miniserie. Personaggi, eventi e racconto in sé ne avrebbero probabilmente giovato.