M3gan, la recensione del film sulla bambola del futuro

Dimenticate Annabelle e S1mone, la nuova Chucky potrebbe arrivare presto nei negozi di giocattoli.

M3gan recensione

Che a James Wan piacessero le bambole lo sapevamo già, ma la Annabelle figliata dall’ennesimo suo franchise (quello di The Conjuring) è stata una tale delusione che deve aver pensato di guardare al futuro dopo tanto rimestare nel passato. E dal futuro – molto prossimo, in realtà – arriva la M3gan che Universal distribuisce nei cinema dal 4 gennaio, per invitarci a riflettere sui regali ricevuti e su quello che vogliamo dalla vita, per noi e per i nostri figli.

M3gan, che bambola!

M3gan infatti è una bambola robot a grandezza naturale, programmata per essere la più migliore amica dei bambini e la più grande alleata dei genitori. Un gioiello di intelligenza artificiale all’avanguardia, sulla quale sta lavorando da tempo Gemma (la Allison Williams di Get Out) per conto di una importante azienda di giocattoli in cerca del prodotto con cui conquistare il mercato.

Quando Gemma si trova improvvisamente – senza alcuna preparazione o predisposizione – a dover fare da tutrice alla nipote orfana di 8 anni, Cady (Violet McGraw, The Haunting of Hill House), trova naturale e forse comodo approfittare dell’occasione per testare il prototipo in via di sviluppo. Ma i test, si sa…

Giochi – e giocattoli – pericolosi

Non tutto quello con cui si gioca è un giocattolo, concetto subito in evidenza sin dall’incipit del film, che ci mostra il contesto di riferimento, sia professionale sia privato. Sostanzialmente quello in cui viviamo, o poco più, nel quale collezioniamo Funki o Funko con i quali non si gioca, nel quale affidiamo case e memoria a Elsie o Alexa e dove i giocattoli sono sempre più tecnologizzati e ricchi di funzioni. Anche per sollevare genitori impegnatissimi dal dover ascoltare, guardare e imparare, essere “amici e insegnanti, compagni di giochi e protettori dei bambini”, per parafrasare la descrizione di M3gan.

Gli ingredienti dello sviluppo affidato al regista neozelandese Gerard Johnstone (Housebound) sono piuttosto classici – vicina rompiscatole e cane impiccione, compresi – ma per quanto il team produttivo sia tra i più prolifici non è tra i più originali, ormai. E anche la storia di Wan e Akela Cooper (Malignant, The Nun 2), sulla quale quest’ultimo ha realizzato la sceneggiatura, non fa eccezione. Eppure il risultato funziona.

Non per l’ennesima versione delle conseguenze del ‘Playing God‘ (altra variazione sul concetto di gioco), non per la critica sociale e generazionale accennata, o per aver mescolato i riferimenti alla violenza domestica alla deriva horror della paura della responsabilità. Nemmeno per l’aspetto della protagonista, più innocente della piccola e letale Orphan di Jaume Collet-Serra e meno servile dell’Uomo bicentenario di Robin Williams, ma un po’ per tutto questo. E per aver saputo mescolare elementi del genere, senza edulcorarlo, a quelli della realtà che viviamo (balletti di TikTok compresi) e alle tante inevitabili citazioni (da Shining e Chucky) in maniera intelligente, e divertente, visto lo humor che spesso fa capolino, accompagnandolo a un uso della musica e degli effetti – e dei personaggi di contorno – ben calibrati. Speriamo solo che non diventi una nuova saga.

RASSEGNA PANORAMICA
Mattia Pasquini
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m3ganGli ingredienti dello sviluppo affidato al regista neozelandese Gerard Johnstone (Housebound) sono piuttosto classici - vicina rompiscatole e cane impiccione, compresi - ma per quanto il team produttivo sia tra i più prolifici non è tra i più originali, ormai. E anche la storia di Wan e Akela Cooper (Malignant, The Nun 2), sulla quale quest'ultimo ha realizzato la sceneggiatura, non fa eccezione. Eppure il risultato funziona.