Cosa succederebbe se l’Intelligenza Artificiale diventasse il giudice di un tribunale supremo che, osservando esclusivamente i fatti oggettivi e rinunciando a qualsiasi forma di personalità, decretasse la vita o la morte di un essere umano? La domanda sembra semplice. La risposta, invece, non lo è affatto. È su questo interrogativo che Timur Bekmambetov costruisce Mercy: Sotto Accusa, un thriller fantascientifico che interroga lo spettatore dall’inizio alla fine, ponendo al centro un sistema che da anni si sta imponendo con forza crescente e che, in un futuro tutt’altro che remoto, potrebbe prendere definitivamente il sopravvento.
Il film è più vicino a noi di quanto vorremmo ammettere. Non soltanto per quella data – 2029 – che compare sugli schermi elettronici del racconto, ma perché ciò su cui insiste Bekmambetov è qualcosa che stiamo già vivendo, spesso senza rendercene conto. Scritto da Marco van Belle, Mercy: Sotto Accusa naviga per gran parte del tempo in acque torbide, sorretto da un Chris Pratt qui chiamato a un vero e proprio assolo attoriale, e affiancato da una Rebecca Ferguson mai stata così algida, inquietante, “disumana”.
Mercy: Sotto Accusa, la trama
Los Angeles. In un futuro prossimo, la città degli angeli è stata divisa in zone rosse a causa dell’elevata concentrazione di criminalità. Insieme ad alcuni colleghi, il detective Chris Raven ha ideato Mercy, un programma giudiziario evoluto affidato all’Intelligenza Artificiale. Davanti al giudice artificiale Maddox, il sospettato viene sottoposto a un’indagine serrata fondata esclusivamente su dati e fatti incontrovertibili. Qui non esistono interpretazioni. Il sistema sembra funzionare per un po’, finché Raven non si risveglia e scopre di essere accusato dell’omicidio della moglie. Rinchiuso su una poltrona al centro di una stanza buia, circondato da schermi che fungono da aula di tribunale, ha novanta minuti di tempo per dimostrare la propria innocenza. Novanta minuti reali, novanta minuti narrativi, in un conto alla rovescia che non si può arrestare.
Il potere dell’algoritmo
Che l’Intelligenza Artificiale sia ormai predominante è un dato di fatto. È il nostro braccio destro in numerosi ambiti lavorativi, in alcuni casi persino in medicina. È, a tutti gli effetti, una riproduzione avanzata del cervello umano: rapidissima, precisa al millimetro, lineare. Ciò che le manca è “solo” il lato umano, quello legato all’identità, all’intuito, alla costruzione della personalità. Ed è esattamente qui che van Belle alla sceneggiatura e Bekmambetov alla regia concentrano il loro discorso. Mercy mostra cosa accade quando si delega tutto a un sistema tecnologico, dimenticando che la perfezione algoritmica non equivale alla capacità di giudizio. Raven lo ripete più volte: chiede a Maddox di uscire dal percorso prestabilito, di smettere di accumulare dati come unica verità possibile, di provare – anche solo per un istante – a usare l’intuito.
Maddox non comprende cosa significhi. Quando tenta di farlo, il sistema va in tilt. Non è programmata per questo. Il film diventa così un monito importantissimo: ciò di cui facciamo uso quotidianamente non può essere la nostra unica fonte di certezza. Il cervello umano resta più complesso di qualsiasi AI, perché è capace di un ragionamento che nasce dall’esperienza, dagli errori commessi ogni giorno, dalla sfera emotiva. Ed è così che Raven riesce a intuire la verità: non solo grazie alle competenze professionali, ma perché porta con sé un vissuto che nessuna banca dati può avere con sé. E l’Intelligenza Artificiale resta un enorme bacino di informazioni, vincolato al materiale e alla struttura su cui è stata costruita.
Una lotta contro il tempo
Mercy: Sotto Accusa si dipana così all’interno di una composizione filmica estremamente compressa, ma funzionale a restituire l’adrenalina del protagonista e il suo senso di impotenza di fronte a un sistema che lui stesso ha contribuito a creare. Pratt lavora quasi esclusivamente di sguardi ed espressioni, costretto a recitare su una sedia per l’intera durata del film. Il tempo extradiegetico, qui, coincide con quello diegetico: lo spettatore vive l’indagine – novanta minuti precisi – in simultanea con Raven, mentre il conto alla rovescia procede inesorabile. L’alternanza tra soggettive – video da telefoni, telecamere di sorveglianza, riprese del traffico di Los Angeles – e inquadrature oggettive costruisce un ritmo frenetico, incalzante, che accompagna il pubblico fino all’ultimo minuto, salvo poi cambiare improvvisamente registro, saltando dal giallo al thriller.
Il senso di claustrofobia è amplificato da una scenografia essenziale: una stanza buia, dominata da una parete di schermi luminosi che finiscono per soffocare il protagonista. Mercy: Sotto Accusa si rivela un racconto vibrante, concepito per intrattenere ma anche per interrogare. Un film che riflette sulla direzione che stiamo prendendo e sul rischio concreto che libertà e identità umana vengano progressivamente erose da strumenti che, se non gestiti bene, potrebbero sfuggirci di mano.
Mercy: Sotto Accusa
Sommario
Mercy: Sotto Accusa si dipana così all’interno di una composizione filmica estremamente compressa, ma funzionale a restituire l’adrenalina del protagonista e il suo senso di impotenza di fronte a un sistema che lui stesso ha contribuito a creare.


