mission impossible fallout

Arriva il 29 agosto 2018 in sala Mission Impossible: Fallout, il sesto adrenalinico capitolo delle avventure e delle missioni impossibili dell’agente Ethan Hunt, ancora interpretato da Tom Cruise.

 

Christopher McQuarrie ci aveva avvisati: “Il Fallout del titolo nasconde più significati: c’è quello letterale, riferito alla minaccia di terrorismo nucleare che pende sulla trama, e quello metaforico, come se ciò che succede nel film sia il risultato delle scelte che Ethan Hunt ha fatto nella sua vita. È il suo passato che ritorna a cercarlo. È la conseguenza negativa di tutte le sue buone intenzioni.

Con queste premesse, e visto il risultato finale, possiamo dire tranquillamente che Mission Impossible: Fallout potrebbe essere anche l’ultimo dei capitoli del franchise, tanto è riuscito a raggiungere vette inarrivabili nel genere, ma è anche un punto di non ritorno, di caduta precipitosa prima della risalita. E quindi l’occasione migliore per porre le basi di un nuovo ciclo.

Passano gli anni, ben ventidue dal Mission: Impossible di Brian De Palma, i registi e le mode, mentre resta intatta la scorza dura del divo Tom Cruise; inarrestabile quando più determinato che mai vende cara la sua incolumità e si lancia – cinquantaseienne, senza controfigure – da un palazzo all’altro, rompendosi pure una caviglia, pronto a risalire. È lui la metafora del film, il “fallout”, il senso di tutta la saga. Altro che James Bond, rigore britannico e cocktail sorseggiati con malizia: Ethan Hunt è (ancora) l’eroe con la macchia, preso a schiaffi e per niente invincibile, e soprattutto stanco, di sacrificare chi ama per un bene comune, di lasciar andare gli affetti dentro una valigetta. Continua a farlo perché è un brav’uomo, e la vecchiaia che incombe sembra avergli prosciugato ogni goccia di egocentrismo e contraddizione.

Mission Impossible: Fallout, il trailer ufficiale italiano

L’importante, e McQuarrie lo sa bene, è correre, andare, non fermarsi; un “pensiero” cinematografico insito nel genere action che Mad Max: Fury Road aveva scelto come paradigma del proprio modo di raccontare. E infatti al capolavoro di George Miller i media americani hanno paragonato Fallout in un clima di entusiasmo che ci pareva esagerato, tuttavia dobbiamo ricrederci perché oggi sembra l’unico accostamento possibile in questa bulimica produzione hollywoodiana tra saghe, franchise, reboot, remake e cinecomic. A volte, anche nei casi migliori (vedi l’ultimo Avengers), ai film manca il contatto con la realtà, la vicinanza fisica con i personaggi, l’empatia dietro gli effetti speciali, ciò che invece non dimentica Mission: Impossible (e questo sesto capitolo in particolare). Dalle sfumature che dà ad un intreccio già di per sé complesso, ai continui capovolgimenti di fronte, qua siamo di fronte all’apoteosi della drammaturgia formato blockbuster di un’intelligenza sopraffina.

Da parte sua McQuarrie, che è regista e soprattutto sceneggiatore, moltiplica la posta in gioco rispetto al precedente Rogue Nation (che pure era un gioiello), inventa scene d’azione incredibili (appuntatevi una rincorsa aerea con due elicotteri e una fuga in auto nel centro di Parigi, semplicemente spettacolari), mostra di avere a cuore i sentimenti dei protagonisti e la cura nel tratteggiarne di nuovi, bellissimi, come quelli della Vedova Bianca interpretata da Vanessa Kirby – già conturbante e magnetica nella serie The Crown – e di August Walker, l’agente con i pugni di ferro di Henry Cavill. E poi c’è Tom Cruise, corrugato, pieno di lividi, che dopo l’ennesima impresa impossibile ha ancora voglia di ridere, è la chiusura perfetta del film e la ragione per cui Mission: Impossible esiste e grazie a lui vibra di una speciale energia.