Mother Mary, recensione: un trip visionario alla scoperta del dolore

Anne Hathaway e Michaela Coel sono le donne contro nello psycho thriller di David Lowery

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State ancora festeggiando il ritorno di Anne Hathaway nei panni della Andy Sachs di Il diavolo veste Prada? Ottimo. Lo choc sarà ancora più forte. Perché la sua Mother Mary è ben più di una Madonna pop (o della pop star omonima) preda del classico esaurimento da star system, è una donna in crisi, in primis con sé stessa, divorata da sensi di colpa e incapace di continuare a sopportare la maschera dietro la quale ha scelto di nascondersi da tempo. Almeno dall’evento traumatico che pensava di aver superato, e relegato al passato, ma che invece ora è costretta ad affrontare.

La trama di Mother Mary

Dopo un grave indicidente, e per fugare ogni sospetto che potesse trattarsi di un tentativo di suicidio, la superstar Mother Mary sta preparando il ritorno in scena: una esibizione live, programmata per la notte del suo compleanno, nella quale canterà un inedito che promette di essere la canzone più bella mai composta. Ma qualcosa non va come previsto. Insoddisfatta, l’artista fugge dalla prova costumi e dal suo entourage per raggiungere la sua ex migliore amica e stilista Sam Anselm. Le due non si vedono da anni, da quando Mary aveva improvvisamente abbandonato l’altra donna, che ora appare ostile – e molto caustica – nei suoi confronti. Nonostante questo, accetta di confezionarle l’abito, ponendo però alcune condizioni visto il poco tempo a dispozione. Per tre giorni le due donne restano quindi chiuse nella immensa sartoria, isolate nella campagna inglese, sole con i propri rancori, rimpianti e finalmente costrette a confrontarsi.

L’analisi profonda di David Lowery

Michaela Coel e Anne Hathaway in Mother MaryQuel rancore che a Takashi Shimizu aveva ispirato ben altre e inquietanti figure, qui non è rinchiuso in un luogo, ma alberga dentro di loro, più profondo e psicologicamente ramificato. È un trauma dal quale non ci si può liberare come di una maledizione qualsiasi, un dolore che ciascuna delle due ha metabolizzato in maniera diversa, rifiutandolo o estirpandolo in maniera superficiale, un male profondo che si è esteso come una metastasi a tutto il corpo, a ogni ambito dell’esistenza, anche quelli più intellettuali.

Nel film, il regista – come la stilsta ferita – “studia, scava”, va a fondo, alla ricerca delle cause prime della sofferenza che in qualche maniera unisce le due splendide protagoniste (incredibile la Hathaway, una creatura fantastica Michaela Coel, per quanto favorita da un personaggio dall’espressività più esplicita), e per farlo le – e ci – costringe a una lunga tenzone dialettica, oltre i limiti del cervellotico, che forse non tutti riusciranno a sostenere.

Il processo messo in scena, d’altronde, è ineludibile. Per Mary, Sam e per gli spettatori. E chiede una attenzione totale, costante, anacronistica forse, e insieme encomiabile, seducente, pur – e forse proprio – nel suo essere eccessiva, estrema. Un limite forse, per un film che – per interpreti ed estetica – si rivolge al grande pubblico, ma anche una scelta coraggiosa, che rende unico il film. Soprattutto nella sua prima parte.

Awareness is a Warm Gun

Anne Hathaway nel film Mother MaryPer sciogliere un tale nodo gordiano, infatti, a un certo punto Lowery abbandona il piano del reale, dando forma a dinamiche di tutt’altro tipo, affidandosi al surreale, all’onirico, al fantastico, a visioni dalle tinte quasi horror, facendosi beffe di spazio e tempo e dando una rappresentazione soprannaturale di ciò che le avvelena. Attraverso il sangue, l’automutilazione (evitiamo di farne l’ennesimo body horror, per favore), ora entrambe possono vedere il fantasma di quello che è stato, ma soprattutto di quello che ancora le unisce. È una terapia d’urto nella quale il vestito da realizzare diventa un simbolo. Di quel che Mary inizialmente desidera e teme, della vendetta della quale ha bisogno Sam, che deve per far ‘indossare’ all’altra il dolore che a lungo ha portato da sola.

Così questo suggestivo melodramma della scissione si avvicina alla conclusione, a ricostruire l’identità spezzata della coppia e delle due, singolarmente, che la regia contrappone e sovrappone, lega con l’affascinante e spietata Ballerina Spagnola (intesa come Hexabranchus sanguineus) che non possono che accogliere. Come nella miglior tradizione del ‘Ghost Movie’, d’altronde, è quello che non conosciamo che ci terrorizza, sono i nostri sensi di colpa a farci più male, e la salvezza, la catarsi passano imprescindibilmente dall’accettazione di sé e delle ferite inflitte e patite (che nessun abito può e deve nascondere). Nessun muro potrà proteggerci se continuamo a custodire o ignorare il nostro vero nemico ed è solo aprendoci all’inclusività e alla responsabilità che potremo sentirci completi, e finalmente liberi. Anche di essere soli.

Mother Mary
3.5

Sommario

La Mother Mary di Anne Hathaway è ben più di una Madonna pop (o della pop star omonima) preda del classico esaurimento da star system, è una donna in crisi, in primis con sé stessa, divorata da sensi di colpa e incapace di continuare a sopportare la maschera dietro la quale ha scelto di nascondersi da tempo.

Mattia Pasquini
Mattia Pasquini
Appassionato di matematica e laureato in Letterature Comparate, ha trasformato la passione per il cinema in professione, dirigendo la prima rivista di cinema online in Italia e lavorando come autore e giornalista dal 1996. Dopo esperienze a New York e Madrid vive oggi a Roma, continuando a coltivare interessi che spaziano dalla street art alla subacquea.

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