Arriva al cinema Patria di Felice Farina, ispirato all’omonimo testo di Enrico Deaglio. Non è un film storico, ma un racconto sperimentale, connubio tra finzione – con lo stile della fiction tv – e documentario. È serio nel ripercorrere con materiale di repertorio il periodo 1978-2010. Dal sequestro Moro in poi: stragi, misteri insoluti, massoneria, mafia, lotta alla mafia, il benessere anni ’80 e i primi licenziamenti di massa, tangentopoli e la Seconda Repubblica. Racconta in fiction la storia attualissima dei tre operai che si giocano tutto per difendere il posto di lavoro. Ma è anche leggero, affrontando in chiave tragicomica la loro vicenda.

 

In Patria Salvo (Francesco Pannofino), Giorgio (Roberto Citran) e Luca (Carlo Gabardini): operai e custode di una fabbrica torinese che sta per chiudere. Mentre Giorgio, sindacalista di sinistra, vuole trattare la buonuscita, Salvo, arrabbiato e frustrato uomo di destra, non ci sta a perdere il lavoro e sale sulla torre della fabbrica: si butterà se non arriva la tv a intervistarlo. Giorgio lo segue per impedirgli di fare sciocchezze, poi Luca, custode ipovedente e autistico, per solidarietà. Diversi per carattere e convinzioni, i tre instaurano lassù un legame, mentre riflettono sulle sorti loro e del paese, ricordando la nostra storia recente.

Personaggi fortemente caratterizzati e semplificati vanno incontro ai gusti del pubblico giovane. Francesco Pannofino, Citran e Gabardini ben vestono panni tragicomici, sebbene certi tratti ripetitivi voluti, possano stancare. Con loro si parla di dignità del lavoro, errori del sindacato, illusione del benessere, ubriacatura televisiva, contrapposizioni politiche spesso non costruttive. Ma anche delle doti umane degli italiani, capaci di slanci altruisti e unioni inaspettate, nonostante le divergenze.

PatriaSarà deluso chi cerca la ricostruzione storica minuziosa o la trattazione complessa dei personaggi. La scelta registica e di montaggio (curato da Esmeralda Calabria) di abbandonare la cronaca o il puro realismo e abbracciare la metafora onirica, di una consapevole inconsapevolezza nella quale sembra il paese abbia vissuto gli ultimi trent’anni, fa emergere una verità: è di questa sorta di oblio con improvvisi ma effimeri risvegli, che oggi si vivono le conseguenze. Inoltre, è adatta a incuriosire e interessare proprio i giovani che non hanno vissuto quegli anni, così che magari abbiano voglia di informarsi su quel periodo. Tuttavia, l’amalgama tra realtà e finzione non ha sempre la stessa efficacia: funziona soprattutto dove c’è più rispondenza tra la vicenda dei protagonisti e quella storica, mentre altrove lo spettatore potrà faticare a rintracciare il legame tra le due, se non a un livello molto generale.

Film onesto nella sua semplicità, anche di mezzi, girato con un basso budget, che può trovare il suo pubblico, magari proprio nei fan del Pannofino televisivo, e traghettarli verso orizzonti di maggior spessore.