Rifkin’s Festival recensione

Dopo tanti mesi lontani dalla sala cinematografica, tornare in quelle poche strutture aperte e avere la possibilità di guardare, tra gli altri, un film di Woody Allen è davvero un bel regalo e questa recensione di Rifkin’s Festival mira proprio a convincere gli scettici che anche l’Allen “minore” vale la pena di essere visto, possibilmente in sala. 

La trama di Rifkin’s Festival

Wallace Shawn interpreta Mort Rifkin, un ex professore di cinema alle prese con la stesura del suo primo romanzo, che accompagna la moglie, Sue, al Festival di San Sebastian, dove lei è impegnata a seguire l’attività stampa del nuovo film del promettente regista francese Philippe, un giovane autore ambizioso e borioso, osannato dalla critica ma, agli occhi di Mort, un po’ sopravvalutato e inconcludente, rispetto ai “grandi maestri del cinema europeo”, che per lui sono inarrivabili. Il festival di Mort sarà insolito, tra i sospetti di una tresca tra Sue e Philippe, gli incontri con personaggi famosi, le possibilità di vedere sullo schermo i capolavori del cinema che ama, l’incontro con un’affascinante dottoressa che gli farà sentire di nuovo l’adrenalina dell’avventura, un pizzico di ipocondria e sogni strani che lo turbano e lo proiettano nelle scene di famosi film in bianco e nero.

Non è una novità che Allen parli di se stesso nei suoi film e Rifkin’s Festival non è un’eccezione. In questo caso sceglie però di affidare a Shawn il ruolo di se stesso che all’attore sembra stare particolarmente comodo. Quindi, guidati da un simpatico Mort/Shawn/Allen, seguiamo il suo percorso attraverso una San Sebastian da cartolina. Come ogni posto che non gli appartiene quanto New York, Woody Allen procede per impressioni nel tratteggiare i luoghi delle sue storie, e in questo caso il contributo alla fotografia di Vittorio Storaro è preziosissimo. Il maestro italiano regala una luce particolare, quasi invadente ad ogni scena del film, che sia un interno freddo o un esterno caldo e soleggiato, tutto grazie al sapiente uso di una tecnica affinata per anni. Ma lo stesso risultato di eccellenza Storaro lo raggiunge nelle scene che replicano i film europei in bianco e nero, conferendo a Rifkin’s Festival una vivacità che, per questa volta in merito ad un film di Allen, non arriva dalla sceneggiatura, di solito elemento migliore di ogni prodotto del regista newyorkese. Per una volta, infatti, sono le immagini che parlano meglio delle battute argute. 

Rifkin's Festival film 2021Un racconto dentro a un racconto

Quello che invece sembra esserci a profusione nel film è la malinconia dell’accettazione del cambiamento, l’età che avanza, le storie d’amore che finiscono, la ricerca di un piccolo guizzo di vita, il protagonista Mort sembra serenamente abbandonato alla mutevolezza del momento che vive, attraverso incontri e addii, tutto raccontato con precisione al suo psicanalista, nella scena che apre e chiude il film. Siamo quindi dentro ad un racconto del protagonista che è a sua volta un racconto di Woody Allen. 

Il regista sta facendo i conti con la sua vita? Improbabile, dato che in ogni suo film (oltre che nella sua recente autobiografia) ha raccontato un pezzo di sé, ma sicuramente è arrivato ad un momento della sua carriera in cui fare film è più una terapia che un’urgenza. E in Rifkin’s Festival lo dimostra anche l’ambientazione, un festival di cinema, quelli che da tempo ci mancano, e il tipo di sogni che fa il protagonista, riproposizione di capolavori del cinema europeo, da Fino all’Ultimo Respiro a Il Settimo Sigillo. 

Sogni cinematografici da grandi autori europei

Woody Allen racconta il suo pigro vivere in confronto con la sua sfrenata passione per il cinema. Sebbene ogni omaggio sia inserito nella storia narrativamente, cioè racconta un pezzetto di trama in più, almeno per quello che accade nella testa del protagonista, si tratta anche di pretesti per riproporre scene memorabili della storia del cinema, “abbassarle” in qualche modo, e restituirle al pubblico. Un’intuizione che, insieme alle bellissime immagini, vale tutto il film.

Pure davanti a un Woody Allen “minore” non si può che non inchinarsi, per il mestiere, l’intelligenza, la bellezza con cui le immagini vengono presentate allo spettatore. In Rifkin’s Festival più che mai, Allen si spoglia della sua aura di sceneggiatore brillante e si regala ai suoi fan prevalentemente nelle vesti di un pittore, di un illustratore, di un regista di immagini splendide.

Rifkin’s Festival