Talk to Me: recensione del film horror di Danny e Michael Philippou

Il sorprendente film d'esordio dei fratelli youtuber australiani, l'horror più chiacchierato dell'anno, arriva finalmente nelle sale italiane.

Talk To Me film 2023

Parlare per stabilire un contatto, farsi notare, trovare un modo di esistere in un mondo in cui ci sentiamo completamente isolati. Lasciare entrare una risposta, concedere a un interlocutore dalla presa decisa di trascinarci nel suo abisso, tutto pur di sentirci considerati. Queste due forze, sempre in bilico tra la brama di springersi oltre per “mostrare” e la paura di aver aperto un cunicolo distruttivo, sono alla base di Talk To Me, esordio al lungometraggio di Danny e Michael Philippou, creatori del popolare canale YouTube RackaRacka che, dopo qualche lungometraggio e la collaborazione al Babadook di Jennifer Kent, hanno presentato al Sundance Film Festival 2023 il loro primo progetto da registi, dal 28 settembre finalmente nei cinema italiani.

Talk to Me, la trama: legami dispersi

Una mano di ceramica tutta ricoperta di iscrizioni permette a chi la tocca di entrare in contatto con l’aldilà e consente persino agli spiriti che la abitano di possederli per un po’.  Questo terrificante oggetto entrerà in contatto con Mia (Sophie Wilde), che ha appena perso la madre in un apparente suicidio. Questa perdita l’ha allontanata anche dal padre e l’ha portata a trascorrere la maggior parte del tempo con l’amica Jade (Alexandre Jensen), che vive con il fratello minore Riley (Joe Bird). Una sera, a una festa con amici, due ragazzi dichiarano di essere in possesso della famosa mano – una varazione ultramoderna della tavola Ouijia – che può essere usata per contattare gli spiriti. Le regole sono semplici: si stringe la mano e si afferma “Parlami“. A questo punto, si manifesterà uno spirito, visibile solo a chi ha pronunciato le parole. Aggiungendo, “ti lascio entrare“, lo spirito prende possesso del corpo di quella persona. Per interrompere questo stato di trance, il contatto con la mano deve essere interrotto preferibilmente entro 90 secondi, perché dopo questo lasso di tempo i morti tendono a volere fare del corpo preso in prestito la loro residenza permanente.

Talk to Me, una scena del film

Mostrare (e mostrarsi) per elaborare

L’esperimento di Talk To Me sottolinea come nessuno meglio di un duo di youtuber di successo puo’ riuscire a intavolare una riflessione sul lutto, l’esibizione della violenza e la voglia di sentirsi parte di un gruppo, confezionando una pellicola in cui il dialogo demoniaco passa attraverso un’attualissima e nuova forma di possessione per gli adolescenti: il cellulare, le riprese, il diffondersi di challenge che vogliono essere replicate, tematica già al centro di un altro horror recente di notevole fattura, Bodies Bodies Bodies (2022).

Liberare qualcuno da un destino di miseria, forse quello in cui siamo già dentro. Dopo che le è stato distrutto il suo, Mia arriverà a sgretolare anche il nuovo nucleo famigliare che si è creata, arrivando a una dolorosa e inconscia constatazione: se quella sorgente di affetto è andata perduta, allora abbandonarsi alla possessione non può fare così tanta paura. Tentando disperatamente di ricucire legami e provare un po’ di quell’affetto che ricerca spasmodicamente, Mia non si rende conto che agisce in maniera egoistica secondo una sua personale visione della vita e delle cose che le vengono dette (non accetta che la madre si sia suicidata). Un’ipnotica Sophie Wilde guida il cast di giovani talenti del film, incarnando ottimamente una protagonista piena di contraddizioni legate all’età, con un trauma nel passato che sta cercando di superare e che vedrà nella mano un modo prima per evadere dalla realtà e divertirsi, successivamente un ipotetico canale per guarire le sue ferite. Le pupille dilatate dei suoi grandi occhi sporgenti sono un’immagine centrale e ricorrente, simbolo del pozzo oscuro in cui precipita il suo dramma esistenziale.

Oltre il teen horror: angoscia intermediale

Allontanandosi dall’impianto degli horror recenti con protagonisti un gruppo di giovani, spesso conditi da comicità satirica o indirizzati nel territorio dello slasher puro, Talk To Me assembla una narrazione angosciosa, che smaschera ogni crepa dei nostri protagonisti, senza preoccuparsi di lasciare che il pubblico vi si affezioni troppo. Tra di loro, chi ha già sofferto continuerà a soffrire, le pene silenziose diventeranno urlate, ogni spiraglio di luce verrà completamente oscurato, soprattutto per la nostra protagonista. Mia è isolata, ma cerca costantemente attenzioni. Questo bisogno affettivo – che accomuna ragazzi e spiriti dell’aldilà – prende forma visiva nella candela che sancisce il legame tra sfera dei vivi e quella dei morti. Sappiamo che i demoni di Talk to Me navigano per un abisso oscuro, caratterizzato da sonorità ovattate e vogliono convincere qualcuno a restare perché sono totalmente da soli. D’altra parte, anche Mia è completamente sola: lo spiraglio di luce incarnato dalla candela vivifica la speranza che la ragazza ripone nel contatto con l’altro.

Carezza demoniaca

Spesso Mia si guarderà le mani, mani altrui impegnate a stringersi, controllerà le proprie dopo una qualche azione, o le penserà in procinto di fare qualcosa. Questa parte del corpo, tramite cui stabilire un contatto primario con l’altro, in realtà, nell’universo di Talk To Me perde la propria simbologia per diventare parte di una mitologia dell’orrore. Al centro di Talk to Me vi è una disconnessione totale tra corpo e mente, che pure vogliono cercare di restare legate: il corpo si ribella per rifuggire consciamente a un limbo, ma condiziona la mente compiendo azioni terribili per restarvici. Far vedere l’altra parte, chi ci vuole tenere e perché, la manipolazione subdola della nostra mente per farci restare. Perdiamo ogni forma di contatto con la realtà, ma la mano può dialogare così bene con questi giovani perché l’hanno già persa.

Talk to Me è un film in cui bisogna stringere una mano, stabilire un contatto anzitutto fisico per vivere un’esperienza di legame fisico e mentale. L’unico piano per viverle è l’aldilà, perché nella loro vita di ragazzi australiani non sanno stare insieme, non esprimono affetto fisicamente. Il corpo è appena un guscio che deve essere riempito da esperienze sempre estranee, nel migliore dei casi e si riesce ad avere un contatto fisico solo attraverso un intermediario, siano esse sostanze o la possessione. Il grande merito dei Philippou e di Talk to Me, forse, consiste nell’aver messo in scena, attraverso i vecchi codici del cinema horror, le paure esistenziali dei ragazzi del XXI secolo. Sentirsi soli, incompresi, annoiati, aver bisogno di farsi notare. Non essere così tanto diversi dagli spiriti dell’aldilà, che vogliono la stessa cosa: catturare l’attenzione.