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Dopo il suo debutto cinematografico, avvenuto nel 2014 con il film Escobar, il regista italiano Andrea Di Stefano torna al cinema con The Informer – Tre secondi per sopravvivere, adattamento del romanzo di Börge Hellström e Anders Roslund, con protagonisti Joel KinnamanAna De Armas, Rosamund Pike, Clive Owen e Common.

In sala dal 17 ottobre, la pellicola segue le vicende di Pete Koslow (Joel Kinnaman), ex soldato e ora informatore per l’FBI, con cui mira a smantellare il traffico di droga della mafia polacca a New York. Quando l’operazione prende una piega imprevista, Pete sarà obbligato a tornare nella prigione di Bale Hill, in cui era stato detenuto in passato, per scardinare il cartello dall’interno.

The Informer: una messa in scena attenta al dettaglio

Dal cartello colombiano di Pablo Escobar a quello della mafia polacca, così il regista Andrea Di Stefano si sposta su nuovi orizzonti geografici, culturali e cinematografici. E se nel precedente lungometraggio aveva scelto un punto di vista originale per raccontare la storia, altrettanto si ripropone con The Informer. Siamo ora nel puro thriller, che si ispira in particolare ad un autore come Sam Peckinpah, che negli anni settanta contribuì a reinventare il genere. Per non cadere nei classici cliché del caso, Di Stefano pone grande attenzione nella cura per il dettaglio, piccoli elementi che possono conferire maggior fascinazione a quanto accade sullo schermo, facilmente già visto al cinema.

È proprio nella sua ricerca di realismo che il film porta all’attenzione dello spettatore elementi in grado di rendere più concreto e minaccioso l’ambiente che circonda i personaggi, come in particolare nel carcere dove viene rinchiuso il protagonista. Qui la messa in scena appare costruita con grande minuzia di particolari, e la regia si costruisce sullo stesso binario, con fare dinamico e quanto più possibile partecipativo dell’emotività dei personaggi. Il patrimonio narrativo e iconografico riguardo le carceri è sconfinato, eppure si ritrovano qui elementi che riescono a infondere quella giusta tensione, propria di quando si assiste a qualcosa di cui non si è già fatta esperienza. Per un thriller di questo tipo tutto si fonda sulla realizzazione di un adeguato tono, che seppur non continuamente il film di Di Stefano sa trovare, regalando più di una sequenza ad alto tasso adrenalinico.

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The Informer: il contenuto non sempre sorregge la forma

La buona costruzione della messa in scena non evita tuttavia che il film trovi battute di arresto in alcuni momenti narrativamente poco originali, ai quali non è stata infusa la stessa devozione di ben più riuscite sequenze. Eppure il regista sa riprendersi, assestando alcuni riusciti colpi di scena che sembrano invertire la direzione del film, riportando il tutto su binari meno battuti e per questo più capaci di tenere lo spettatore con il fiato sospeso. Il merito di ciò va in buona parte assegnato al desiderio di Di Stefano di costruire per il suo film una grammatica nuova per una storia già assaporata in sfumature diverse.

The Informer riesce così a sorprendere per quanto la forma possa avere la meglio sul contenuto. Se quest’ultimo potrebbe stancare, la dinamicità e il taglio registico adottato riescono a rendere il tutto sotto una luce diversa, più cruda, realistica e libera dalla stanchezza di tanti altri film recenti di questo genere. Contribuisce ad un ulteriore fascinazione la volontà di non puntare esclusivamente sull’azione ma anche sull’interiorità dei personaggi, sui loro legami. La presenza forte, all’interno dell’intreccio, della famiglia del protagonista rende il tutto più avvincente. Conferisce a Pete Koslow qualcosa di concreto per cui combattere, e a allo spettatore qualcosa di altrettanto concreto in cui identificarsi.