Ticket to Paradise
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Inevitabilmente, il motivo di maggior interesse del Ticket to Paradise che Universal porta sugli schermi dei cinema di tutta Italia dal 6 ottobre è sicuramente la presenza di due star della Hollywood contemporanea come George Clooney e Julia Roberts. Due icone, sorridenti e legate – pare – da sincera amicizia (e riconoscenza, stando a quanto dichiarato dall’attrice sul tempo passato insieme durante le riprese), che ritroviamo insieme dopo un paio di Ocean’s, le Confessioni di una mente pericolosa del 2002 e il Money Monster – L’altra faccia del denaro del 2016.

Purtroppo, come nel caso del suo precedente Mamma Mia! Ci Risiamo, lo sceneggiatore dei Marigold Hotel e regista Ol Parker sembra puntare ad accontentare il pubblico, assemblando un prodotto scolastico e prevedibile, premurandosi di non far mancare nulla di quanto richiesto dal manuale della commedia romantica, tanto più se mescolata con un matrimonio contrastato, un briciolo di conflitto generazionale e delle location da sogno.

Ticket to Paradise – Benvenuti in Paradiso

Quelle del Queensland australiano, in questo caso scelte per rappresentare Bali, dove la giovane e innamoratissima Lily (la Kaitlyn Dever di Dopesick) ha organizzato le sue nozze con il locale Gede (l’esordiente Maxime Bouttier), conosciuto da troppo poco perché i due genitori – divorziati da decenni e ancora in guerra – non sentano il bisogno di allearsi per mandare a monte il matrimonio.

Ma dai tempi di Montecchi e Capuleti, non è una impresa facile far cambiare idea a due giovani amanti, pur se animati dall’encomiabile intenzione di evitare che commettano gli stessi nostri errori. Ma una seconda possibilità non si nega a nessuno, tanto più nel mondo dorato delle Rom-Com hollywoodiane.

Due stelle e poco più

Purtroppo quella concessa a Parker non sembra aver sortito l’effetto sperato, o meglio, averci offerto una prova di un suo talento nascosto ancora da esprimere. Ogni possibile spunto – dal clash culturale al rovesciamento dei ruoli – viene lasciato nella penna degli sceneggiatori (l’esordiente Daniel Pipski, insieme al regista), evidentemente più attenti a puntare i riflettori sui due pezzi da novanta a disposizione.

Che fanno il loro, e anche di più, nonostante proprio George Clooney avesse dichiarato di non voler fare più commedie romantiche dopo il Un giorno… per caso del 1996. Ma sia lui, sia la Roberts risultano tra i produttori del film (con le loro Smokehouse Pictures e Red Om Films, rispettivamente), e questo spiega molte cose. Soprattutto grazie a loro, tutto scorre come deve, senza intoppi e in maniera perfettamente coerente con i canoni del genere, se questo può valere come merito da ascrivere al film. Insieme a quello di riproporci la Billie Lourd, figlia di Carrie Fisher, nei panni di Wren, la migliore amica d’infanzia di Lily, che sarebbe stato interessante sviluppare maggiormente.

Chi vuol esser lieto, sia, ci ripete Ol ‘Il magnifico’, e tra catastrofi annunciate e la messa alla berlina di un maschilismo che Clooney riesce a rendere divertente, la vicenda avanza rispettando ogni regola. Incluse quelle dei due famosi ex, ancora legati al vissuto passato e a una serie di trucchetti che faranno la gioia del pubblico (e dei fan dell’italiano di George). Regalini simpatici, che costituiscono la spina dorsale del film, nel bene e nel male, e fanno venire voglia di rivedere George e Julia in qualcuna delle loro prove precedenti, e magari di recuperare un classico come il padre della sposa (se non di prenotare un viaggio agli antipodi).

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RASSEGNA PANORAMICA
Mattia Pasquini
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ticket-to-paradise-coppia-clooney-robertsChi vuol esser lieto, sia, ci ripete Ol 'Il magnifico', e tra catastrofi annunciate e la messa alla berlina di un maschilismo che Clooney riesce a rendere divertente, la vicenda avanza rispettando ogni regola. Incluse quelle dei due famosi ex, ancora legati al vissuto passato e a una serie di trucchetti che faranno la gioia del pubblico (e dei fan dell'italiano di George).