con-il-fiato-sospeso«Il nostro non è un Paese attrezzato per il futuro» a sentir parlare il professore di Stella (Alba Rohrwacher) sembra non sia passato neanche un giorno da quella Meglio Gioventù raccontata da Marco Tullio Giordana proprio dieci anni fa. E infatti le cose sono rimaste immutate. O se possibile, sono peggiorate.

Con il fiato sospeso è un pugno allo stomaco che mette k.o. e che segue le vicende di una giovane laureata in Farmacia, Stella, che decide di dedicare la propria vita al suo unico grande amore: la ricerca. Stella passa tutte le sue giornate rinchiusa nei laboratori di chimica dell’università di Catania fieramente convinta di perseguire chissà quale alto ideale. A farle da contro altare c’è la coinquilina Anna che, disillusa nei confronti dell’amore per la ricerca che le procurava solo ansia e frustrazione, ha deciso di lasciarsi alle spalle quel tipo di carriera per godersi un po’ la vita suonando in un gruppo indie rock.

con-il-fiato-sospeso posterVoce narrante (Michele Riondino) di questo diario a cuore aperto è un altro ragazzo, sempre ricercatore, che ripercorre entusiasmi, facili scoramenti e drammi di una gioventù distrutta dalle istituzioni, quelle stesse istituzioni su cui aveva fatto affidamento per garantirsi un futuro. Il ritmo è quello serrato del thriller in cui si viene a scoprire che un Paese padre e padrone ha rubato il futuro ai propri figli. A rendere ancor più drammatica una verità già di per sé amara c’è il fatto che gli eventi narrati nel documentario (in perfetto stile mokumentary americano, a metà tra la finzione cinematografica e la verità documentaristica) sono realmente accaduti: Costanza Quartiglio, già vista dietro la macchina da presa con ottime prove come Terramatta e Il mio cuore umano decide infatti di raccontare i fatti della Facoltà di Farmacia dell’ateneo di Catania il cui laboratorio, nel 2008, fu messo sotto sigilli in seguito a procedimenti giudiziari avviati dopo le denunce seguite a decessi per tumori e malattie contratte dai ricercatori.

Tuttavia quello che ci si trova di fronte non è uno j’accuse in pieno stile: alla Quartiglio infatti, più che scendere nel merito delle vicende giudiziarie legate all’inchiesta e alla cronaca interessa andare oltre e portare su schermo un messaggio chiaro e forte: di sogni (e di futuro) si muore.

In trentacinque minuti la Quatriglio, che nonostante l’ottima filmografia alle spalle ha incontrato talmente tante problematiche da decidere di autoprodursi (in corso d’opera sono subentrate Jolefilm e Istituto Luce) volge lo sguardo verso un Paese, un tempo grande, che non riesce più a dare una risposta di speranza ai propri figli ma che anzi rischia di fagocitarli. La storia, raccontata nel diario del ricercatore malato di tumore che prima di morire decide di denunciare l’insalubrità del luogo di ricerca, è metafora della condizione di una generazione intera, tumore interna a un corpo, l’Italia, che se continua a ignorare la malattia finirà per morire.

Il film partecipa il 31 agosto fuori concorso alla sezione Orizzonti della settantesima Mostra di Venezia.