Berlino 2016: Fuocoammare recensione del film di Gianfranco Rosi

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Nel cuore del Mar Mediterraneo, a 120 miglia dalla Sicilia e a soli 70 dalla costa africana, vi è un’isola tristemente nota alle cronache internazionali: Lampedusa. Un simbolo, un lembo di terra che per molti emigranti provenienti dalla Libia, dal Chad, dal Sudan, dal Mali, è il sogno di una nuova vita. O meglio: il sogno di una vita e basta, poiché prendere la decisione di sfidare il deserto, la prigionia, il mare, sostanzialmente la morte, significa scappare da qualcosa di enorme, di tragico, di inumano, nulla che possa avvicinarsi al significato di ‘vivere’. Gianfranco Rosi, dopo il fortunato Sacro G.R.A. vincitore al Festival di Venezia nel 2013, approda sul territorio lampedusano per raccontare – in linea con il suo stile – diverse sfaccettature della medesima medaglia. Mescolare più voci, più sguardi, è infatti ciò che più caratterizza il regista: in Fuocoammare è il turno del piccolo Samuele, di un medico di base, di una radio locale, della guardia costiera, degli immigrati sbarcati o che devono sbarcare, dei corpi senza vita stipati ancora all’interno dei barconi, come bestie dopo la mattanza.

201614479_2Dallo schermo penetrano il freddo, la pioggia, l’odore di benzina combinato con il sudore, del pesce appena pescato, degli spaghetti fumanti conditi in umido con i calamari, l’aroma pungente del sale marino, e da spettatori si resta incastrati in una fitta rete di domande, di emozioni e sentimenti contrastanti che ci portano a ridere e a rimanere impietriti, a sentire fame e un attimo dopo a perdere l’appetito. Assistiamo a una grande e costante contraddizione, come guardare dall’alto il mondo contemporaneo che abbiamo costruito. Mentre nelle scuole della piccola isola si prova a insegnare l’inglese, cercando di rompere i confini con la cultura, i bambini a stento parlano l’italiano (motivo per cui sono necessari i sottotitoli, per comprendere buona parte del film), mentre i migranti scappano da chi vuole soggiogarli, in Italia c’è chi sacrifica il proprio sonno per metterli in salvo, ma non è una questione politica.

“Chiunque sia un uomo sente il bisogno di aiutare queste persone” confessa il medico alla telecamera, in questa frase si nasconde il talento di Rosi nel bilanciare – ancor più che in passato – le diverse storie, i diversi punti di vista, senza scivolare mai nel patetico o nel confezionare un esagerato spot alla marina nostrana. Senza mai perdere di vista l’obiettivo, senza mai giudicare o peccare d’ingiustizia: ogni cosa ha il dovuto spazio, la dovuta lucidità di chi si limita a documentare, lasciando agli altri il compito di mettere insieme i tasselli, di uscire dalla sala arricchiti nonostante un probabile vuoto allo stomaco. Perché vedere il giovane Samuele prendersela con il mare, mentre spara con armi di fantasia, o un uomo boccheggiare sul ponte di una barca come fa un pesce in agonia, può solo creare voragini. E film importanti.