Carolina Cavalli aveva presentato il suo primo lungometraggio, Amanda, tra le fila di Orizzonti Extra alla Mostra del Cinema di Venezia 2022 e ora torna, sempre nella cornice della sezione parallela, con Il Rapimento di Arabella. Classe ’91, la giovane regista italiana che ha fatto furore all’estero con la sua opera prima ci immerge nuovamente nello stralunato cosmo di graffiante ironia e rapporti scomodi capace di spiazzare e anche emozionare.
Un Florida Project on the road
Arabella è sfrontata, maleducata, figlia di un attore dalla carriera in crisi (Chris Pine) e di una madre ex modella. Non fosse per il breve (primo) prologo, in cui vediamo il padre interagire con la figlia – o almeno cercare di farlo – Arabella non avrà più contatti con i genitori nel corso del film. Ne troverà un altro, ugualmente fatiscente ma brutalmente più onesto. Una sera, dopo aver costretto per sfinimento il padre a portarla in un fast food, viene rapita da Holly (Benedetta Porcaroli), che pensa di rivedere in lei sè stessa da bambina. Parte così un road trip in cui si porta affianco una mini versione di sè, che tratta come se fosse una sua pari, perchè in fondo non è mai cresciuta ancora davvero. Di lei sappiamo che studia fisica all’università, che lavorava in una pista di pattinaggio sul ghiaccio, e che ha una mamma morta che “finge” di chiamare ogni tanto rassicurandola.
Per Holly, il “rapimento” di Arabella sembra avere un unico scopo: riuscire a piacere alla sè bambina, proiettando sostanzialmente su di lei tutto quello che avrebbe voluto essere e fare ma non c’è riuscita, esattamente come potrebbe fare un genitore scontento. Vuole portarla a La Cruz, isola felice dove è cresciuta e “c’è sempre la luce” e dove è stato interrotto bruscamente il suo sogno di diventare una ballerina.
Il marchio Cavalli è “made in the USA”
Cavalli costruisce sempre questi microcosmi surreali in cui l’ironia secca fa da padrone e i personaggi, pur dialogando in italiano, sembrano abitare gli spazi degli Stati Uniti che abbiamo da sempre conosciuto al cinema. Qui, in particolare, ci sono i motel, il road trip, il fast food e perfino una versione della celebre White Chapel di Las Vegas. Se ancora non fosse abbastanza, vi basti sapere che l’unico americano nel cast ha nome italiano.
Holly è sferzante come un pugno a causa di un’emotività inesplosa e Porcaroli, incredibilmente diretta nella sua quasi totale impassibilità, la incarna in maniera credibile. Certo, serve stabilire un patto di accettazione per entrare nei mondi assurdi creati da Cavalli: è sicuramente un cinema che noi italiani non siamo abituati a fare, un quirky dall’appeal decisamente più statunitense (il grande successo di Amanda negli States lo testimonia). Ma la vera rivelazione di Il rapimento di Arabella è Lorenza Guglielmino, una piccola peste da cui è impossibile staccare gli occhi e la cui ardente spontaneità perfettamente si sposa con le narrazioni orchestrate da Cavalli, in cui i personaggi possono mentire a loro stessi ma mai al pubblico.
Nel nuovo film di Cavalli, il rapimento diventa quinti viaggio conoscitivo di un femminile che non si è mai davvero scoperto, o meglio, che ha accettato di piegarsi alla scelte di una vita che non ha mai effettuato. Forse è proprio rivivendo il proprio passato e accettando che coprire le ferite non equivale a vivere, che Holly potrebbe davvero scrivere la sua storia di un’infanzia (non) perduta.
Il rapimento di Arabella
Sommario
Con Il Rapimento di Arabella Carolina Cavalli conferma il suo stile eccentrico e internazionale, costruendo un road movie surreale fatto di ironia tagliente e personaggi fuori dagli schemi.