Steve McQueen Festa Roma

Classe 1969 e londinese di nascita, il regista Steve McQueen è oggi una delle personalità più affascinanti del panorama cinematografico. Formatosi nel mondo della videoarte, egli ha poi debuttato nel cinema nel 2008 con il folgorante Hunger. Sin da quel suo esordio, egli ha introdotto tutti quelli che sono i suoi principali interessi come regista. Dalla forza di volontà al desiderio di resistenza e liberazione, e tutto ciò passando attraverso il corpo. Il corpo denutrito, il corpo oppresso e quello martoriato. Con i successivi Shame e 12 anni schiavo, con il quale vincerà il premio Oscar, McQueen si conferma uno dei nuovi grandi autori della sua generazione. Nel 2018, infine, dopo cinque anni di assenza, torna sul grande schermo con l’heist movie Widows, con protagonista Viola Davis.

 
 

Per celebrare quanto fin qui realizzato, a lui è stato conferito il premio alla carriera della 15ª edizione della Festa del Cinema di Roma. In occasione di tale evento, McQueen ha avuto modo di presentare il suo nuovo impegno da regista: la serie antologica Small Axe, il cui titolo si ispira ad un brano di Bob Marley, recitante “se voi siete il grande albero, noi siamo la piccola ascia”. Cinque episodi autoconclusivi incentrati sulla comunità caraibica di Londra tra gli anni Sessanta e Ottanta. Il primo episodio presentato, Red, White and Blue, che ha per protagonista l’attore John Boyega, ha confermato il grande potenziale del progetto, dimostrando ancora una volta le grandi capacità espressive del regista.

Steve McQueen: esiste solo la verità

L’incontro che McQueen tiene con il pubblico si apre naturalmente da lì dove la sua carriera da regista di lungometraggi ha avuto inizio. Con Hunger egli decide di raccontare lo sciopero della fame intrapreso dall’attivista Bobby Sands contro il trattamento riservato ai detenuti. Ad interpretare il protagonista vi è l’attore Michael Fassbender, che diventerà una presenza ricorrente nei film del regista. Particolarità dell’opera, vincitrice della Caméra d’or per la miglior opera prima alla Festival di Cannes, è quella di prevedere lunghissimi piani sequenza. Interrogato su questa scelta stilistica, McQueen dichiara che “l’importante per me è tenere alta la tensione. Quando si stacca da un’inquadratura all’altra, il pubblico tende inevitabilmente a distrarsi, a provare un momento di respiro. Invece non facendo questa scelta, ma dando vita ad un’unica lunga inquadratura, il pubblico rimane inchiodato lì, presente.”.

“Ho deciso di raccontare questa storia – continua il regista – perché riconobbi nel gesto di Sands un grande valore. Ciò che lui ha dimostrato è che tutti noi disponiamo delle possibilità per opporre resistenza in nome della libertà. Ad aprirmi gli occhi a riguardo è stato anche il film Zero in condotta, del regista Jean Vigo. Lo considero il mio film preferito in assoluto, ed è quello che mi ha fatto riflettere sulle cose per cui è importante combattere. Con i miei film cerco proprio di fare questo, di dare ulteriore risalto a queste capacità. La cosa più preziosa che ho imparato facendo cinema, infatti, è che non esiste giusto o sbagliato, esiste solo la verità. Vale la pena correre dei rischi in nome di questo valore.”

L’incontro prosegue poi parlando dei due successivi film di Steve McQueen. Il regista, in seguito alla visione di alcune clip tratte da questi, li introduce dimostrandone la coerenza all’interno del suo percorso cinematografico. “Come per Hungers, anche con Shame e 12 anni schiavo ho cercato il modo migliore per far emergere la verità. Nel primo, i personaggi sono spesso inquadrati di spalle. Impossibilitato a vedere i loro volti, lo spettatore sarà costretto a concentrarsi sulle loro parole, da cui emerge la loro essenza. Per 12 anni schiavo, invece, non mi sono risparmiato nel mostrare le crudeltà che realmente gli schiavi subivano. Trovo che il problema del razzismo possa essere sconfitto solo con il progresso. Sono un fervente sostenitore del progresso. Nessuno vorrebbe trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

Steve McQueen premio

Dalla videoarte al cinema

Prima di intraprendere la carriera di regista cinematografico, Steve McQueen si è formato come artista, divenendo noto come fotografo e scultore. Grande appassionato di arti figurative, il passaggio dietro la macchina da presa è inevitabile e avviene ben presto. Egli realizza così numerosi cortometraggi, come Bear, Exodus, e Giardini, poi raccolti e presentati alla Biennale di Arti Visive di Venezia. Tale formazione artistica si ritrova anche in tutti i suoi lungometraggi, i quali vantano una grande cura nella composizione della messa in scena. Prima di concludere l’incontro, a McQueen viene a tal proposito chiesto quanto il suo lavoro da artista influenzi quello da regista, e viceversa. “Per quanto per me non vi siano grandi differenze, – risponde il regista – sono consapevole che si tratta di due ambiti molto diversi tra loro.”

“Il cinema è un arte narrativa, – continua poi – per me è molto simile al romanzo da questo punto di vista. L’arte figurativa o la videoarte, invece, sono oggetti molto più simili a dei frammenti. Rimanendo su un paragone letterario, li considero come fossero dei componimenti poetici. Sono due forme comunicative molto diverse, ma alla fine ciò che conta è che siano d’impatto. L’arte, per me, deve essere in grado di suscitare emozioni e riflessioni a prescindere dalla sua forma. A trasmettermi questa concezione è stato anche quello che ritengo il mio film italiano preferito: Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Mi ha permesso di comprendere davvero la passione che un film può emanare.” Conclusosi l’incontro, McQueen riceve infine il premio alla carriera, la quale promette però di essere ancora lunga e ricca di successi.