L’anno appena passato è stato senza dubbio un anno proficuo per Can Yaman. Tra titoli che hanno incontrato il favore del pubblico e una produzione avviata in Spagna, si può affermare che l’attore turco stia raccogliendo soddisfazioni importanti. Tutto questo ha permesso di tirare le somme e fare un bilancio del suo percorso artistico fino a oggi. E con l’arrivo di Sandokan su Disney+, è il momento giusto per dirlo senza esitazioni: la Tigre di Mompracem è, ad oggi, il miglior ruolo della sua carriera. Almeno fino a questo punto. È qui che la trasformazione di Yaman appare più evidente.
Can Yaman: l’arrivo in Italia con le dizi turche
Can Yaman arriva in Italia proprio con Bitter Sweet – Ingredienti d’amore, al fianco della già affermata Özge Gürel. È così che il pubblico italiano inizia a conoscerlo e ad apprezzarlo. È vero, però, che in quella fase l’attore era ancora in una fase di definizione: non un esordiente, ma neppure un interprete pienamente arrivato. Doveva ancora trovare il suo ruolo. Un ruolo che prende forma con Daydreamer – Le ali del sogno, quando dà vita a Can Divit, fotografo selvaggio e libero che si ritrova improvvisamente a capo dell’agenzia di famiglia. Un personaggio che gli calzava a pennello, quasi un alter ego: passionale, audace, dallo spirito indomito. Amante della vita, ma anche orgogliosamente refrattario a regole, etichette e schemi. È il personaggio che più gli ha permesso di essere se stesso, donandogli al tempo stesso un’identità artistica destinata a consolidarsi negli anni.

La chiamata per Sandokan
Con l’esplosione di Daydreamer, Can Yaman diventa l’idolo di un pubblico vastissimo. Acclamato e desiderato al punto che la sua figura non poteva non essere presa in considerazione anche oltre i confini della Turchia. Da sempre legato all’Italia – avendo frequentato anche un liceo italiano – questa fama rappresenta l’occasione ideale per portarlo nel Bel Paese e dimostrare che, oltre al fisico statuario e a una bellezza inconfondibile, era capace di dare molto di più. Non solo attraverso la lingua italiana, che già padroneggiava in parte, ma grazie a un carisma naturale e a una presenza scenica che chiedevano solo di essere valorizzati. Il personaggio che sembra essergli cucito addosso era soltanto uno: Sandokan. Non soltanto per l’aspetto estetico – corpo possente, addominali scolpiti, viso marcato, occhi scuri e penetranti – ma per quel fascino magnetico tipico della Tigre della Malesia, inevitabilmente accostato all’iconico e ineguagliabile Kabir Bedi.
I lavori nel mezzo: da Francesco Demir ad Hasan Balaban
Il destino ha voluto però che la produzione della serie subisse diversi ritardi. Un rallentamento che si è rivelato provvidenziale: l’attore è approdato in Italia, ma ha potuto contare su più tempo per prepararsi. Un tempo prezioso che gli ha consentito di affrontare altri ruoli, rivelatisi fondamentali per affinare sfumature, abilità e padronanza del linguaggio. È così che nasce l’Ispettore Capo Francesco Demir in Viola come il mare, un personaggio lontano dalle sue precedenti interpretazioni, che lo costringe a mettere in campo non solo le capacità attoriali, ma anche quelle fisiche: inseguimenti, corse in moto, azione continua e una nuova dimensione drammatica. Demir è stato il passaggio necessario verso un modo di recitare più scattante, atletico, incisivo. Una svolta rispetto a ruoli in cui la componente romantica era stata la chiave predominante.
Da Francesco Demir, l’attore passa poi a Hasan Balaban in Il Turco, un ruolo in costume che richiede uno sforzo fisico ancora maggiore e un approccio completamente nuovo, fatto di coreografie di combattimento e disciplina rigorosa. Ambientato in un contesto storico reale, Balaban impone un training mirato e impegnativo, con un carico di lavoro notevole. Non solo per gli scontri corpo a corpo – che Can ha sempre affrontato senza ricorrere a controfigure, neppure in Sandokan – ma perché Balaban rappresenta uno dei suoi personaggi più sfaccettati. Deve incarnare un’emotività a più livelli e inedita: il sacrificio per la sopravvivenza, il peso delle perdite e della Storia che si sta compiendo, la capacità di amare nonostante tutto e uno spirito combattivo indomabile. Tutto racchiuso nella figura complessa di un giannizzero. Un ruolo che si rivela profondamente propedeutico per arrivare a Sandokan, dove Can Yaman trova finalmente la sua dimensione più compiuta.
Sandokan: il raggiungimento della maturità artistica
L’origin story del pirata offre all’attore la possibilità di affondare pienamente nelle proprie qualità recitative. Sandokan è inizialmente un personaggio anarchico e ribelle, che sottrae ai ricchi per garantirsi la libertà che ritiene di meritare. Vive per l’indipendenza e per assicurare sicurezza alla sua ciurma. È un’anima intrepida. Con il progredire degli episodi, però, oltre all’escalation del conflitto con James Brooke e, infine, con il Sultano, Sandokan è costretto a confrontarsi con la propria identità. La scoperta del passato e del suo vero io lo mette davanti a una parte di sé che non ha ancora imparato a conoscere.
È a metà della serie che questo scontro interiore si fa più violento. Le verità che emergono lo destabilizzano, ma allo stesso tempo gli forniscono la forza per reagire e dimostrare chi è davvero. La tensione tra ciò che è, ciò che è stato e ciò che è destinato a diventare rende Sandokan un personaggio di rara complessità. Ed è proprio qui che Can Yaman riesce a calibrare le emozioni: dalla determinazione feroce nel reclamare il ruolo che gli spetta, al dolore lacerante per la perdita della madre adottiva; dalla speranza alimentata dal ricordo dei genitori biologici all’amore viscerale per Marianna, fino alla sete di vendetta contro il potere. I registri richiesti sono molteplici: dal dramma più intenso alla furia cieca contro il Sultano, dall’intimità dei momenti più fragili all’entusiasmo travolgente per la vittoria del suo popolo.
L’attore è chiamato a modulare continuamente espressioni ed energie, adattandole con buona precisione. Tra le scene più memorabili spiccano quelle delle torture inflitte dal Sultano, dove il dolore fisico ed emotivo emerge nelle micro-espressioni del volto, nella mascella serrata, nella tensione dell’intero corpo. Altrettanto intense sono le scene drammatiche, come l’addio alla madre adottiva: poche lacrime trattenute, sufficienti a rendere autentico un personaggio che sceglie consapevolmente di non abbandonarsi mai del tutto alla vulnerabilità.
Uno sguardo al futuro
Sandokan, per cui Can Yaman ha lavorato per ben cinque anni, tra perdita di peso, allenamenti costanti e studio approfondito della lingua inglese, segna così la maturità artistica di un attore che ha dimostrato di saper lavorare duro, senza mai tirarsi indietro. Che sia il suo ruolo migliore appare evidente: con Sandokan raggiunge un apice, ma questo non è un punto di arrivo. È, piuttosto, un inizio per un interprete che ora ha il compito di continuare a dimostrare che conosce la materia attoriale e, nel campo in cui opera, è apprezzabile.

