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L’adolescenza è un brivido, una continua sorpresa. È con queste parole che si apre la seconda stagione della serie Netflix Baby, scritta dal collettivo Grams insieme a Isabella Aguilar e Giacomo Durzi. Con sei nuovi episodi, tornano sul piccolo schermo le vicende dei ragazzi residenti nel quartiere Parioli di Roma, dove tutto sembra essere concesso, anche il peccato. Nuovamente protagonisti sono dunque Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, seguite da Lorenzo Zurzolo, Brando Pacitto, Riccardo Mandolini, Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi.

Se nella prima stagione si era narrato dell’introduzione di Chiara e Stella al peccaminoso e segreto mondo nascosto sotto la facciata del quartiere altolocato, in questa seconda stagione si esplora il loro muoversi in questo, il loro affrontare una lenta e inesorabile discesa nel tunnel della perdizione, che le porterà a doversi confrontare con eventi molto più grandi di loro.

Baby, il peccato che non conosce età

La serie diretta da Andrea De Sica e Anna Negri si colloca all’interno di un’ampia gamma di prodotti Netflix che cercano di raccontare l’adolescenza oggi. Attraverso il racconto corale dei protagonisti, e partendo dalle reali vicende di cronaca a cui la serie si ispira, lo spettatore viene preso per mano e condotto negli anfratti bui e minacciosi di un metaforico sottobosco dove tutti svelano lati inaspettati della propria personalità, anche quelli che alla luce del sole sembrano essere i migliori. I ragazzi, nel loro rimanere invischiati in una pericolosa tela del ragno, anche quando per loro stessa colpa, non vengono raccontati con giudizio. L’idea generale sembra al contrario quella di stare dalla loro parte, cercare di motivare il loro dolore e gli sbagli che questo porta a fare. Vivere in un contesto tanto impeccabile sembra dunque generare dei veri e propri mostri.

Questa aspirazione documentaria, tuttavia, viene frenata non solo dagli già non particolarmente originali presupposti, ma anche da un continuo ricadere in stereotipi che non dimostrano volontà di evoluzione. Non è infatti un male affidarsi a questi, che permettono anzi di identificare immediatamente personaggi e situazioni, purché questi poi trovino la libertà per evolvere e dimostrarsi molto più di quello che sembravano in apparenza. Ciò non accade tuttavia in Baby, dove nonostante lo scorrere della narrazione, e il peggiorare della situazione dei protagonisti, si avverte in modo non indifferente una povertà nella scrittura, che vanifica il tutto e rende tutt’altro che seducente quanto avviene.

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Baby, crescere non è mai facile

Se dunque la sceneggiatura non riesce a svincolarsi da una serie di situazioni a cui apparentemente è impossibile rinunciare, non molto di più bisogna aspettarsi dai dialoghi. Particolarmente costruiti e inadatti all’età dei protagonisti, questi rallentano decisamente il tono delle puntate, mettendo a dura prova la credibilità di quanto avviene. Bisogna inoltre aggiungere che la direzione degli attori appare decisamente carente, e nessuno di loro sembra riuscire a sintonizzarsi con gli altri, risultando più volte fuori tono.

Crescere non è facile per questi ragazzi, ma altrettanto si direbbe della serie, che anche se vuol far credere il contrario non accenna a decollare, rimanendo ancorata ad un modo di vedere e raccontare l’adolescenza particolarmente banale e ingiusto. Viene poi a mancare quella voglia di sperimentare da un punto di vista della regia, che invece a tratti si ritrovava nella prima stagione. In questa seconda tutto appare più classico, canonico, e certamente non basta la fin troppo ridondante musica elettronica a risollevare il tutto. Purtroppo quello che poteva essere un ritratto inquietante di una generazione in piena crisi di valori risulta invece essere un ennesimo racconto che non scende in profondità quanto dovrebbe ma rimane bloccato in un limbo senza risvolti.