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Cosa succederebbe se l’essere umano potesse clonarsi, dando vita ad una perfetta replica di sé, con tanto di ricordi ed emozioni in comune? La serie Living With Yourself, disponibile su Netflix dal 18 ottobre, propone una propria riflessione a riguardo, affrontando il tema da un punto di vista particolarmente affascinante. Con protagonista assoluto Paul Rudd, nel doppio ruolo del protagonista, la serie è ideata e scritta da Timothy Greenberg, e diretta dalla coppia Jonathan Dayton e Valerie Faris, già autori di Little Miss Sunshine e La guerra dei sessi.

La serie ruota intorno a Miles Elliot (Paul Rudd), pubblicitario in crisi personale, lavorativa e famigliare. La soluzione ai suoi problemi arriva nel momento in cui un collega gli fa scoprire un misterioso centro benessere grazie al quale è possibile ritrovare un equilibrio e la pace esistenziale. Miles deciderà così di sottoporsi al trattamento, ma nel momento in cui qualcosa non va come deve, i suoi problemi sembreranno raddoppiarsi.

Living With Yourself e la difficoltà di essere sé stessi

Non è certamente un tema nuovo quello proposto dalla serie. La clonazione è da sempre tra i principali discorsi della fantascienza, e ha recentemente trovato voce al cinema con il film Gemini Man. Tuttavia la serie con Paul Rudd non è una storia di fantascienza, bensì un delicato racconto su un desiderio recondito di ognuno di noi, ovvero quello di delegare ad un “altro sé” tutto ciò che non si ha voglia di fare, guadagnandone in tempo libero per i propri piaceri. La serie si apre così presentando questa struttura, alternando il punto di vista dei due Miles, quello sfigato e quello di successo, ma è quando quest’equilibrio si rompe che la serie acquista il suo vero fascino.

Si svela così il vero punto di vista della serie, che ne è anche la forza, ovvero quello di osservare la presenza del doppio protagonista con gli occhi di chi gli è accanto. Ciò permette di arricchire la tematica e la storia di nuovi elementi, che portano infine a parlare di ciò che all’autore realmente sta a cuore. Perché nel momento in cui appare chiaro che il focus non è tanto il difficile rapporto di convivenza tra i due personaggi interpretati da Rudd, quanto quello con colleghi, amici, e in particolar modo con la moglie, ad acquisire importanza è l’amore per sé stessi e per gli altri.

Tutti infatti hanno desiderato almeno una volta nella vita di poter essere migliori di come si è, aspirando a modelli che il più delle volte sono soltanto semplici distrazioni dal provare realmente ad essere la versione di sé che si desidera. La difficoltà è infatti convivere con sé stessi, e la serie propone questo aspetto sfruttando la metafora del clone, qui utilizzato in chiave nuova e brillante.

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Living With Yourself: tutt’altro che una commedia

La presenza di Paul Rudd potrebbe certamente essere fuorviante, facendo ipotizzare una nuova serie comedy con protagonista un attore che in più occasioni ha provato le sue doti in tal genere. Ma se anche non mancano momenti brillanti, ironici e divertenti, Living With Yourself è ben più di una semplice commedia, e acquista sempre più un sapore amaro che facilmente sfocia in diverse occasioni in toni drammatici ed emotivamente toccanti. Ed è così che Rudd svela anche nuove sfumature, affermandosi come un attore dal buon potenziale drammatico. Particolarmente efficace è poi la sua caratterizzazione dei due identici ma diversi protagonisti. Rudd può confondere lo spettatore riguardo a quale dei due dà vita in un dato momento, ma sa anche rendere ben evidente le differenze per distinguerli.

Va inoltre la semplice eppur efficace scrittura di Greenberg, che pur senza trovate estremamente innovative sa plasmare la materia per dar vita ad un racconto piccolo ma coinvolgente, scritto in modo tale da rendere chiaro in poche scene chi sono i personaggi, quale è il loro atteggiamento e quale il loro conflitto. Una serie di piccoli colpi di scena conduce poi la serie fino alla sua risoluzione, che acquisterà sempre più in emotività e fascino.