Marvel’s Luke Cage recensione della serie Netflix con Mike Colter

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Non c’è che dire: mani alte e testa bassa per ciò che l’universo Marvel/Netflix sta creando. Marvel’s Luke Cage è la conferma. Tutto ciò sta rendendo le serie che precedono The Defenders qualcosa di veramente incredibile. Cheo Hodari Coker, ideatore della serie, ha colto nel segno. Si potrebbe discutere a lungo discutere sulle differenze con il fumetto, sulle analogie con Daredevil e Jessica Jones, eppure non avrebbe senso.

 

Marvel’s Luke Cage è una conferma

In una Harlem dai toni cupi e fin troppo oscuri, la diatriba per il potere sulla città è all’ordine del giorno. Mariah Dillard (Alfre Woodard) e suo cugino Cottonmouth (Mahershala Ali) seminano il panico, agendo in modo losco usando come copertura la sempreverde rivalità fra neri e bianchi – colonna portante per tutta la storia. Luke Cage (Mike Colter) è nel mezzo. Vive la sua vita nell’ombra, dopo aver lasciato Hell’s Kitchen, nella bottega di Pops, il barbiere per il quale spazza e lava asciugamani. Luke ha già superpoteri, è già un supereroe, “una meraviglia” – come cita più volte Claire Temple (Rosario Dawson) – eppure non vuole mettersi in gioco. Piange ancora per la morte della moglie Reva, sta nel suo angolo, senza mai andare avanti. Solo quando Cottonmouth incalza, stringe il pugno, lui si rivela: solo quando l’ingiustizia è più forte dell’indifferenza, Cage indossa il cappuccio, finendo i suoi giorni da comune cittadino per diventare il Guardiano di Harlem. È un normalissimo fratello nero che vive per proteggere la sua città, che ha il dono della pelle non perforabile, forza sovrumana e cura rigenerante aumentata. Luke Cage è un uomo in eterno conflitto. Trova numerosi ostacoli sul cammino della redenzione con se stesso, persino il temutissimo trafficante d’armi Willis Stryker (Erik LaRay Harvey), detto Diamondback, che si scoprirà ben più di un semplice malvivente. Continuamente in lotta con una popolazione dal suo stesso colore, sempre in bilico fra eroe e colpevole, tra numerosi colpi di scena e flashback che spiegano allo spettatore scelte e comportamenti. Misty Knight (Simone Missick), detective della polizia, è sempre in prima linea per cercare di far valere il sistema come unico metodo di giustizia, per cercare di dimostrare che la giustizia privata non basta.

Luke Cage tiene incollato lo spettatore, tra violenza e amore

Luke CageLuke Cage riesce a concentrare temi, argomenti, sensazioni, emozioni con una scrittura che va a fondo nei personaggi, coltivando parallelamente un livello tecnico di tutto rispetto. L’unica analogia con le serie gemelle (Daredevil e Jessica Jones) che vale davvero la pena di sottolineare, è proprio il concetto di eroe che lotta per la propria città: come per Matt Murdock e Jessica c’è Hell’s Kitchen, Luke si sente investito in qualità di difensore di Harlem. Potere, politica, corruzione. Abuso. Tutto perché una città abbia la propria indipendenza, ma a che prezzo? Sangue. Altra costante.

Da un punto di vista tecnico, la fotografia calda si fa carico di mostrarci questo sangue, non solo nella sua rossa chiarezza ma anche nella sua temperatura, passionale e violenta, che si cela in Harlem stessa e nelle sue contraddizioni. Parallelamente le vicende si svolgono senza mai essere prevedibili. Luke Cage tiene incollato lo spettatore, tra violenza e amore, tra la sensazione di inadeguatezza e quella di onnipotenza.

Man mano che ci avviciniamo ai Difensori, ci allontaniamo da un pregiudizio forse finalmente da sfatare. Marvel e Netflix stanno compiendo un miracolo, semplicemente puntando alla normalità del personaggio, nella gran parte dei casi. Niente esagerazioni, niente commiserazioni. Solo uomini e donne con principi ordinari, che usano le loro straordinarie capacità per rendere la loro casa un posto migliore.

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