Il film Highlander – L’ultimo immortale del 1986 e diretto da Russell Mulcahy affonda le sue radici in un immaginario leggendario che mescola mito celtico, romanticismo dark e atmosfere fantasy moderne. La figura dell’Immortale, condannato a vivere attraverso i secoli combattendo i suoi simili fino a rimanere l’ultimo, richiama archetipi antichissimi legati al destino, alla maledizione dell’eroe e alla ricerca di un potere assoluto. Questo universo narrativo, sospeso tra storia e mitologia, permette al film di costruire un mondo epico e allo stesso tempo intimo, in cui il tempo diventa un terreno di battaglia e di memoria.
Nella filmografia di Christopher Lambert, il ruolo di Connor MacLeod rappresenta uno dei personaggi più iconici e riconoscibili: un eroe tormentato, capace di unire fisicità e malinconia, e destinato a segnare la carriera dell’attore in modo indelebile. A fianco a lui, Sean Connery interpreta invece Ramírez, mentore carismatico e ironico che gli offre profondità e nobiltà, in uno dei ruoli più apprezzati del suo periodo post-007. La loro dinamica, tra insegnamento e destino, contribuisce a rendere il film un cult dal fascino inalterato.
Mescolando fantasy, azione e suggestioni romantiche, Highlander – L’ultimo immortale mette in scena temi ricorrenti come il peso dell’immortalità, la solitudine del diverso e il conflitto eterno tra luce e oscurità. Il racconto alterna epoche e ambientazioni, mostrando come la vita di un uomo destinato a non morire sia segnata tanto da battaglie brutali quanto da perdite insostenibili. Nel resto dell’articolo si offrirà una spiegazione dettagliata del finale, analizzando come questo porti a compimento il viaggio millenario di Connor MacLeod.

La trama di Highlander – L’ultimo immortale
Anno 1985. Russell Nash (Cristopher Lambert) è un antiquario che abita a New York. L’uomo viene coinvolto nell’indagine di un omicidio, poiché si trovava sul luogo quando è stato commesso il delitto. Dell’investigazione si occupa anche Brenda J. Wyatt (Roxanne Hart), un tecnico forense della polizia che scopre che c’è qualcosa di strano nell’antiquario. Decide quindi di tenerlo sotto controllo. Nash, infatti, è molto più anziano di quello che dimostra. Egli era infatti vivo già nel 1536 in Scozia, quando era un guerriero conosciuto con il nome Connor MacLeod.
A quel tempo venne a sapere, da uno strano individuo di nome Juan Sanchez Villa-Lobos Ramirez (Sean Connery), di essere immortale. Ramirez gli rivela di essere come lui, lo istruisce sui loro poteri e gli racconta che insieme agli altri immortali sono destinati a combattere per tutta la vita con lo scopo di eliminarsi a vicenda per avere una “Ricompensa Finale”. Così Connor vive, attraversando decenni e secoli e lottando contro altri immortali, fra cui il Kurgan (Clancy Brown), il guerriero che lo ferì quando fu scacciato dal suo clan. Nel 1985, il numero degli immortali è ridotto e la Ricompensa è sempre più vicina.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di Highlander – L’ultimo immortale, la resa dei conti tra Connor MacLeod e il Kurgan entra finalmente nel vivo quando quest’ultimo rapisce Brenda per attirare l’eroe allo scontro finale. Connor abbandona l’identità di Russell Nash, saluta Rachel e segue le tracce del nemico fino ai Silvercup Studios, trasformati in un’arena sospesa tra luci industriali e ombre minacciose. Qui, dopo aver liberato Brenda, affronta il Kurgan in un duello feroce che alterna violenza brutale e momenti di puro istinto, fino alla decapitazione del rivale e all’esplosione del suo ultimo, devastante Quickening.
Il film si chiude con Connor che sopravvive all’urto dell’energia accumulata dagli immortali e ottiene il cosiddetto “Premio”, diventando finalmente un uomo mortale. Insieme a Brenda si lascia alle spalle New York e fa ritorno in Scozia, dove rivela di poter ora percepire i pensieri e le emozioni delle persone nel mondo. La sequenza conclusiva assume così un tono malinconico ma liberatorio: il guerriero condannato all’eternità è finalmente libero di vivere una vita normale, costruire una famiglia e usare la saggezza dei secoli per guidare gli altri verso la pace.

Dal punto di vista tematico, il finale porta a compimento il percorso emotivo e identitario di Connor, segnato per secoli dalla solitudine e dalla perdita. Il successo nello scontro con il Kurgan non rappresenta solo la vittoria del bene sul male, ma la liberazione da una condanna che lo aveva privato di un futuro umano. La sua nuova mortalità diventa il simbolo di un’esistenza finalmente scelta e non subita, mentre la capacità di percepire l’animo degli altri suggerisce un ruolo quasi profetico, opposto all’oscurità che il Kurgan avrebbe portato.
Il Premio incarna anche la sintesi dei temi cardine del film: la responsabilità del potere, il peso del tempo e la difficoltà di convivere con la propria natura. L’immortalità non viene celebrata, ma mostrata come una condanna che isola e ferisce; al contrario, la possibilità di invecchiare e morire restituisce a Connor la sua umanità. Il finale chiude così un percorso di crescita che attraversa secoli di storia e dolore, offrendo una visione sorprendentemente intima per un film d’azione e fantasy.
In ultima analisi, Highlander – L’ultimo immortale ci lascia un messaggio di straordinaria forza: non è l’eternità a dare valore alla vita, ma la sua fragilità. La mortalità di Connor non è una perdita, bensì un dono che gli permette di ricominciare, amare e contribuire al bene dell’umanità. Il film suggerisce che la vera grandezza non nasce dal potere assoluto, ma dalla capacità di scegliere la compassione, comprendere gli altri e trasformare il dolore in saggezza.
