Con La vita va così, Riccardo Milani firma un film che si muove tra ironia e malinconia, mescolando toni leggeri e riflessione sociale in un equilibrio perfettamente riconoscibile per chi conosce il suo cinema. L’autore di Come un gatto in tangenziale, Benvenuto Presidente! e Un mondo a parte torna a raccontare l’Italia contemporanea attraverso una lente umana, mettendo al centro persone comuni travolte da eventi più grandi di loro. La domanda che accompagna il film – e che ha incuriosito molti spettatori – è se La vita va così (la nostra recensione) sia ispirato a una storia vera. E la risposta, come spesso accade nel cinema di Milani, si colloca in quella zona sottile tra realtà e verosimiglianza, dove il quotidiano diventa racconto collettivo e l’esperienza personale si trasforma in materia universale.
Quando si parla di La vita va così, il riferimento alla “storia vera” non è una suggestione generica né una semplice ispirazione tematica. Il film di Riccardo Milani affonda le radici in una vicenda reale, potente e simbolica: la battaglia di Ovidio Marras, pastore sardo che ha scelto di opporsi ai colossi dell’industria turistica per difendere la propria terra, la propria identità e un’idea diversa di futuro.
Ovidio Marras: l’uomo che disse no a 12 milioni di euro
Ovidio Marras era un pastore nato e vissuto a Teulada, all’estremità sud-occidentale della Sardegna. La sua storia è diventata emblematica quando rifiutò un’offerta milionaria – fino a 12 milioni di euro – pur di non cedere il terreno di famiglia a un grande progetto immobiliare.
Per Marras quella terra non era un bene da monetizzare, ma identità, memoria, comunità. Il suo motto, diventato celebre, riassume perfettamente il senso della sua scelta: “No ai soldi, sì alla mia natura”. Una posizione radicale, portata avanti con coerenza fino alla sua morte, avvenuta nel gennaio 2024 all’età di 93 anni.
Capo Malfatano: un paradiso naturale sotto assedio
Il cuore del conflitto era Capo Malfatano, un tratto di costa considerato tra i più suggestivi d’Italia, non lontano dalla celebre spiaggia di Tuerredda. Qui era previsto un “eco resort” di lusso: ville, piscine, campi da golf, oltre 140 mila metri cubi di cemento in uno dei paesaggi più incontaminati dell’isola.
Mentre molti proprietari terrieri accettarono le offerte, Marras scelse di resistere. Per lui, quello sviluppo non era progresso, ma una ferita irreversibile al territorio. La sua opposizione non era ideologica, bensì profondamente concreta: difendere ciò che aveva ricevuto in eredità e che sentiva il dovere di proteggere.
Una strada come simbolo di resistenza
La contesa esplose attorno a un elemento apparentemente marginale ma altamente simbolico: una piccola strada privata che Marras percorreva fin da bambino per andare in paese e portare il bestiame al pascolo. Quando gli operai iniziarono a intervenire su quel sentiero, abbattendo ulivi secolari per favorire i lavori del resort, Ovidio capì che non si trattava più solo di un progetto, ma di una violazione profonda.
Quella strada divenne il simbolo della sua battaglia: un gesto semplice, ostinato, che trasformò un uomo solo in un caso nazionale.
Sedici anni di battaglia legale contro i colossi industriali
La lotta iniziò nel 2009 e durò oltre sedici anni. Marras scelse la via della giustizia, affrontando tempi lunghi, burocrazia e pressioni economiche enormi. Nel 2016 arrivò il punto di svolta: la vittoria in Cassazione, che bloccò definitivamente il progetto e ordinò la demolizione delle strutture già costruite.
Fu una vittoria che assunse subito i contorni di una Davide contro Golia contemporanea, sostenuta da associazioni ambientaliste come Italia Nostra e raccontata dai principali media italiani e internazionali, fino al New York Times.
Una comunità divisa: lavoro o tutela del territorio?
Non tutti, però, erano dalla parte di Ovidio. Anche a Teulada si formò un comitato “Pro Sitas”, convinto che il resort avrebbe portato occupazione, turismo e sviluppo economico. La vicenda mise in luce una frattura profonda e attualissima: il conflitto tra bisogno di lavoro e difesa dell’ambiente.
È proprio questa divisione a rendere la storia di Marras universale. Non uno scontro tra buoni e cattivi, ma una tensione reale che attraversa molte comunità italiane, soprattutto nei territori più fragili.
Il film di Riccardo Milani: cinema civile e memoria collettiva
La vita va così ricalca fedelmente la vicenda di Ovidio Marras, trasformandola in racconto cinematografico senza tradirne lo spirito. Milani mette al centro la determinazione dell’uomo, le offerte rifiutate, le pressioni, la solitudine, ma anche il sostegno e le fratture interne alla comunità.
Il regista ha spiegato come dividere una comunità sia spesso una strategia di potere, e come il vero tema del film sia la ricerca di un equilibrio possibile tra sviluppo e rispetto del territorio. Il messaggio è chiaro e profondamente politico nel senso più alto del termine: non tutto può essere comprato.
Una storia vera che parla al presente
La vita va così è dunque basato su una storia vera, e lo è nel modo più diretto possibile. Non solo perché racconta una vicenda realmente accaduta, ma perché restituisce al cinema una domanda urgente: che valore diamo oggi ai luoghi, alle radici, all’identità?
La lezione di Ovidio Marras, fatta di semplicità e rigore morale, diventa nel film di Riccardo Milani un atto di resistenza culturale. Un invito, oggi più che mai, ad avere il coraggio di dire no.
