Mario Monicelli
Gianmaria Zanotti, CC BY-SA 2.0 , via Wikimedia Commons

Mario Monicelli nasce da una famiglia di origine mantovana il 16 maggio del 1915, cresce a Viareggio, secondo figlio del critico teatrale e giornalista Tomaso, fratello minore di Giorgio, vive nella Viareggio degli anni trenta, assorbendo appieno l’atmosfera magica ed il fermento culturale della città dell’epoca. Frequenta a Milano il liceo classico Giosuè Carducci e si laurea in storia e filosofia, accostandosi al cinema grazie all’amicizia con Giacomo Forzano, figlio del commediografo Giovacchino Forzano, fondatore a Tirrenia di moderni studios cinematografici sotto il nome di Pisorno, curiosa fusione dei nomi delle due città, eterne rivali, Pisa e Livorno, che Mussolini progettava di compiere.

In questi anni, in Mario Monicelli si va delineando quel particolare spirito toscano che sarà determinante per la poetica cinematografica delle commedia del regista (molti scherzi della trilogia di Amici miei sono episodi che fanno realmente parte della sua giovinezza). Il critico cinematografico Stefano Della Casa, nel suo volume dedicato al restauro di uno dei capolavori del regista toscano (L’armata Brancaleone – Quando la commedia riscrive la storia, edito da Lindau nel 2006), mette in dubbio le origini viareggine del regista, arrivando a sostenere che in realtà Mario Monicelli sia nato a Roma, nel quartiere Prati. Ovviamente supposizione falsa, anche se Roma è diventata sua città d’adozione e luogo in cui ha fatto vivere la maggior parte della sua umanità turbolenta. Assieme a Alberto Mondadori, amico (oltre che cugino, figlio della zia Andreina Monicelli e dell’editore Arnoldo) e collaboratore, dirige nel 1934 il cortometraggio Cuore rivelatore, a cui fa seguito, sempre nello stesso anno, un mediometraggio muto, I ragazzi della via Paal, presentato e premiato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Sotto uno pseudonimo, Michele Badiek, dirige nel 1937 il suo primo lungometraggio, insieme ad alcuni amici, Pioggia d’estate, con Ermete Zacconi ripreso nella sua villa di Viareggio.

Ritratto d’artista: Mario Monicelli

Mario MonicelliCritico cinematografico dal 1932, negli anni tra il 1939 ed il 1949 fu attivissimo come aiuto-regista e come sceneggiatore, collaborando a circa una quarantina di titoli. L’esordio registico ufficiale avviene in coppia con Steno, con una serie di film che i due registi realizzano su misura per Totò, tra i quali spicca il celebre Guardie e ladri (1951). Ma c’è da ricordare che con Totò cerca casa, Monicelli sigla il fruttuoso e magico incontro tra Totò e il neorealismo. Dopo i numerosi film girati in coppia con Steno, dal 1953 inizia a lavorare da solo, continuando la feconda attività di sceneggiatore, che lo porta a contatto con molti altri famosi cineasti dell’epoca. Monicelli ha firmato alcuni capolavori del dopoguerra italiano, contribuendo ad uno dei periodi più floridi del cinema del nostro paese, entrando di diritto nella storia.

Nella sua lunga carriera ha collaborato con tutti i più importanti attori italiani: Alberto Sordi, Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Amedeo Nazzari, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Walter Chiari, Elsa Martinelli, Anna Magnani, Nino Manfredi, Paolo Villaggio, Monica Vitti, Enrico Montesano, Gigi Proietti, Gastone Moschin, Giancarlo Giannini, Philippe Noiret, Giuliano Gemma, Stefania Sandrelli, Ornella Muti, Ivo Garrani e Gian Maria Volonté. I soliti ignoti del 1958 vanta un cast eccezionale, composto da Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò e Claudia Cardinale, ed è considerato quasi unanimemente il primo vero film del florido filone della commedia all’italiana, nel quale non a caso si verifica una morte, per la prima volta in una commedia italiana. I soliti ignoti inaugura anche la carriera del grande Vittorio Gassman come attore comico. L’anno successivo, Monicelli gira quello che molti considerano il suo capolavoro, il film che lo rende famoso oltre i confini italiani, La grande guerra, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia del 1959 e sua prima nomination all’Oscar. Il film, lontano dagli stereotipi classici della commedia, ha un tono tragicomico, in pieno stile ‘italiano’, che tocca in maniera delicata un argomento molto difficile come la tragedia della Prima guerra mondiale è molto arricchito dalle interpretazioni di Alberto Sordi e Vittorio Gassman. La seconda nomination all’Oscar arriva nel 1963 con I compagni.

Nel dittico burlesco L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970), Mario Monicelli inventa un “nuovo” e personalissimo Medioevo, comico e condito da una assolutamente inverosimile lingua maccheronica che ha fatto epoca, insieme all’ennesima interpretazione di uno straordinario Vittorio Gassman. Tra gli altri film di rilievo vanno menzionati La ragazza con la pistola, che vede la grande Monica Vitti in un’interpretazione davvero notevole oltre che la terza nomination all’Oscar (1968), Romanzo popolare (1974) e i primi due capitoli della trilogia di Amici miei (1975, 1982) che hanno fatto epoca, vitatissimi da giovani e vecchi, punto di congiuntura tra diverse generazioni, e che testimonia l’universalità del suo linguaggio cinematografico. Il terzo capitolo conclusivo verrà diretto da Nanni Loy nel 1985. Assolutamente da ricordare anche Un borghese piccolo piccolo (1977) e Il marchese del Grillo (1981) entrambi con grandi interpretazioni di Alberto Sordi, che nel primo caso offre un saggio di recitazione drammatica che somiglia alla trasformazione che precedentemente Monicelli aveva realizzato per Gassman, ovviamente di senso inverso. Per il suo cinema degli ultimi anni spiccano Speriamo che sia femmina (1986) e Parenti serpenti (1992) e I Picari del 1988, che vede riuniti due dei grandi mattatori del nostro cinema passato: Gassman e Manfredi accanto alla bravissima Giuliana De Sio, a Giancarlo Giannini e ad Enrico Montesano. Occasionalmente si è prestato a qualche cammeo attoriale (L’allegro marciapiede dei delitti, 1979; Sotto il sole della Toscana, 2003; SoloMetro, 2007), dando anche la voce al nonno di Leonardo Pieraccioni nel Ciclone (1996): negli ultimi anni ha inoltre cercato nuove strade espressive, passando al documentario (Un amico magico: il maestro Nino Rota, 1999) e alla fiction televisiva (Come quando fuori piove, 2000).

È da considerarsi senza dubbio il regista che meglio di tutti ha interpretato lo stile e i contenuti del genere della Commedia all’italiana. Il suo attore di riferimento è stato Alberto Sordi, da lui trasformato in attore drammatico in La grande guerra e Un borghese piccolo piccolo, ma ha anche avuto il merito di scoprire le grandi capacità comiche di due attori nati artisticamente come drammatici: Vittorio Gassman nei Soliti ignoti e Monica Vitti nella Ragazza con la pistola. Il sorriso amaro che accompagna sempre le vicende narrate, l’ironia con cui ama tratteggiare le storie di simpatici perdenti, ne caratterizzano da sempre la sua opera. Forse non è un caso che molti critici considerino I soliti ignoti il primo vero film della commedia all’italiana, e Un borghese piccolo piccolo l’opera che, con la sua drammaticità, chiude idealmente questo genere cinematografico. Con l’avanzare dell’età la sua attività è gradualmente diminuita ma non si è mai fermata, grazie ad una forma fisica e mentale sempre buona. A dimostrazione di questo, a 91 anni è tornato al cinema con un nuovo film, Le rose del deserto (2006). In occasione della sua uscita ha confidato, in un’intervista a Gigi Marzullo, di non aver alcuna paura della morte, ma di temere moltissimo il momento in cui smetterà di lavorare, perché si annoierebbe moltissimo. In un’intervista del 2008 ha dichiarato di aver abbandonato definitivamente l’attività registica con il cortometraggio documentaristico Vicino al Colosseo… c’è Monti: nonostante ciò nel 2010 realizza un altro cortometraggio, La nuova armata Brancaleone, scritto con Mimmo Calopresti.

Tra gli avvenimenti che hanno segnato di più la sua vita c’è senz’altro il suicidio del padre, Tomaso Monicelli noto giornalista e scrittore antifascista, avvenuto nel 1946. A tal riguardo ha detto: «Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto. »

altLa sua ultima compagna è stata Chiara Rapaccini. Quando si sono conosciuti lui aveva 59 anni e lei 19. Hanno avuto una figlia, Rosa, quando lei ne aveva 34 e lui 74. Nel 2007, infatti, ha dichiarato di vivere da solo, di non sentire la lontananza di figli e nipoti (pur avendoli), di essere un elettore di Rifondazione Comunista e di avere pianto l’ultima volta alla morte del padre; mentre in un’intervista svela in particolare il motivo per cui a 92 anni vive da solo:

« Per rimanere vivo il più a lungo possibile. L’amore delle donne, parenti, figlie, mogli, amanti, è molto pericoloso. La donna è infermiera nell’animo, e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta ad interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona, non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito. Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere dei fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più. »

Il 25 marzo 2010 partecipa all’evento Raiperunanotte, dove si esprime in modo molto critico nei confronti della società odierna. Il 29 novembre dello stesso anno Monicelli si suicida gettandosi da una finestra del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni in Roma, dove era ricoverato. Un atto di estrema e lucida coerenza, che lascia nel mondo della cultura e dello spettacolo, oltre che nei cuori di chi l’aveva conosciuto grande e profonda tristezza. Chi invece ha visto e amato i suoi film piange la scomparsa dell’ultimo grande regista dell’epoca d’oro italiana, quando si aveva il coraggio di raccontare al cinema la società.