Sylvester Stallone guardiani della galassia vol. 2

Sylvester Stallone – Nel panorama cinematografico mondiale, e hollywoodiano in particolare, non esiste altro attore che abbia legato indissolubilmente il proprio volto a quello dei suoi personaggi più celebri: Sylvester Stallone, detto anche Sly, è stato, è e sarà per tutti e per sempre Rocky Balboa e John Rambo.

Eppure, dietro a questo volto che oggi appare innaturalmente deformato dalla chirurgia estetica e da sconsigliabili rimedi sintetici contro la vecchiaia, si cela un uomo la cui storia di vita merita di essere raccontata a tutti coloro che non dovessero conoscerla. E’ una storia fatta di grandi successi raggiunti attraverso grandi difficoltà, grandi sconfitte e delusioni figlie di scelte sbagliate, rinascite e ricadute continue collocate all’interno di una vicenda umana e familiare spesso tormentata e caratterizzata dal dolore e da grandi tragedie personali.

Sylvester Stallone: la star più criticata e longeva di Hollywood

Sylvester Gardenzio Stallone nasce a New York il 06 luglio del 1946 in un istituto di carità di Manhattan chiamato in modo sinistro “Hell’s kitchen”, la cucina dell’inferno. I genitori sono emigranti provenienti dalla vecchia Europa: il padre Frank è un barbiere di origini italiane, pugliesi più precisamente (Gioa del Colle, Bari) mentre la madre Jaqueline Labofish è un’astrologa figlia di emigranti ucraini e francesi. Dalla coppia nascerà anche un secondogenito: Frank Jr.

La vita per Sly comincia subito in salita infatti durante il parto, in seguito ad un utilizzo inappropriato del forcipe, gli viene rescisso un nervo facciale sulla parte sinistra del volto e nei primi anni di vita dovrà affrontare altri problemi di salute come il rachitismo.

Non è uno studente modello, tutt’altro, è un giovane e vivace ragazzo indomabile che si farà espellere da 14 scuole quando non avrà ancora compiuto i 15 anni. La situazione in famiglia non lo aiuta di certo: la madre è un’alcoolista e dopo essersi separata dal marito se ne andrà di casa lasciando i due figli alla severa educazione del padre.

Ma questa situazione non durerà molto infatti a poco più di 15 anni Sylvester e il fratello Frank raggiungeranno la madre e il suo nuovo compagno a Filadelfia dove frequenterà il college ottenendo diverse borse di studio per meriti sportivi; football e scherma ma anche palestra, un ambiente che conoscerà a fondo, e che tanto inciderà nella sua carriera.

Siamo alla fine degli anni ’60 e Sylvester grazie allo sport non solo supera i limiti fisici che lo hanno tormentato per tutta l’infanzia ma vede aprirsi possibilità di studio inaspettate; si iscrive alla facoltà di arte drammatica della University of Miami ma i libri non fanno per lui e dopo poco lascerà gli studi per dedicarsi, nella pratica, alla carriera di attore.

1969, Stallone torna a New York, la città della sua infanzia. Prime piccole particine in produzioni off-Brodway, prime sceneggiature scritte sotto falsi nomi, pseudonimi come Q Moonblood. La prima apparizione cinematografica fotografa fedelmente le sue precarie condizioni di vita e la sua disperata necessità di lavorare: è un film hard, Porno proibito – Italian Stallion. Per quella scrittura riceverà 200 dollari e poco dopo otterrà una parte da protagonista nel film Rebel – fuga senza scampo.

Nei primi anni ’70 comparirà in vari film ma sempre con ruoli molto secondari, tra gli altri ricordiamo Il dittatore dello stato libero di Bananas diretto da Woody Allen. Ma se non fatica a trovare parti e particine, ancora nel genere erotico in un opera teatrale minore, sarà scartato dal casting per una parte ne Il padrino di Francis Ford Coppola.

Siamo quindi nel 1974 un anno che sarà molto importante per Stallone, primo per il suo matrimonio con l’attrice Sasha Czack da cui avrà due figli maschi: Sage e Seth; secondo perchè deciderà di lasciare New York per Los Angeles.

Nella città degli angeli le cose sembrano girare per il verso giusto quando ottiene una parte di un certo rilievo nel film con Henry Winkler Happy Days – La banda dei fiori di pesco e soprattutto quando interpreta Frank Nitti in Quella sporca ultima notte.

Ma un’ennesima delusione è subito lì, dietro l’angolo, quando presentatosi al casting di Guerre stellari di George Lucas, per il ruolo di Han Solo, verrà irrimediabilmente scartato.

La carriera di Stallone è però sempre stata caratterizzata da un’incredibile alternarsi di alti e di bassi, e anche in questa occasione ad una delusione segue un capitolo positivo e quello che accadrà nel 1975 sarà la vera e decisiva svolta della sua vita.

Il famoso manager pugilistico Don King, vero e indiscusso padre padrone della boxe professionistica statunitense, decide di organizzare un singolare incontro tra Mohammed Alì, campione del mondo in carica, e uno sconosciuto sfidante Chuck Wepner. Wepner, invece di vestire i panni della vittima sacrificale, rimane in piedi per tutte e 15 le riprese togliendosi anche il lusso di stendere al tappeto il campione alla nona ripresa; finirà KO solo all’ultimo gong. Tra gli spettatori increduli e sbalorditi dalla tenacia e dal coraggio di quel pugile sconosciuto c’è, guarda caso, anche Sylvester Stallone.

La sceneggiatura del film si scrisse praticamente da sola in appena tre giorni e dopo qualche correzione Sly la propose subito a tutti i produttori che riuscì a contattare. Gli unici lungimiranti che gli diedero retta furono Irwin Winkler e Robert Chartoff i quali però avevano intenzione di acquistare i diritti dello script per affidare poi la parte principale ad un attore già affermato. E’ in questo delicatissimo frangente che Stallone si è giocato tutta la sua fortuna seguente; determinato, ostinato e  risoluto non ha mai ceduto alle lusinghe dei produttori che arrivarono a mettere sul piatto cifre importanti, anche fino a 300 mila dollari, tanti per un attore e sceneggiatore scapestrato che in banca aveva sì e no un centinaio di bigliettoni verdi. Rocky Balboa, il protagonista del film, doveva essere interpretato da lui, da quella condizione Sly non si volle muovere.

Il resto è storia: Rocky, la storia di un povero e ignorante pugile italo-americano che vive nella periferia di Filadelfia, ovviamente, e che arriverà a sfidare il campione del mondo dei pesi massimi, avrà il volto angoloso di Sylvester Stallone e sarà l’inizio del mito. Dieci nomination all’Oscar, tre quelli vinti: film, regia e montaggio e per Stallone la soddisfazione anche di ricevere una nomination per la miglior interpretazione e per la miglior sceneggiatura originale, un binomio che nel passato era riuscito solo a due mostri sacri quali Chaplin e Orson Welles.

Più di 200 milioni di incassi, ottima critica, un successo incontestato e assoluto capace di sbaragliare concorrenti di tutto rispetto quali Taxi Driver, Quinto potere e Tutti gli uomini del presidente. Ma soprattutto l’inizio di una delle saghe cinematografiche più amate e seguite dal grande pubblico che da lì in avanti accompagnerà e segnerà nel bene e nel male, negli ultimi anni, la carriera di Stallone. Nel 1979, senza perdere tempo, dirigerà lui personalmente il sequel Rocky II che otterrà altrettanto successo di critica e pubblico.

Il successo di Rocky giunge alla fine degli anni ’70 e con gli anni ’80 si apre per Sly il decennio più prolifico e importante per la sua carriera, il periodo dove l’attore, regista e sceneggiatore si afferma come protagonista e icona mondiale del genere actionmovie.

Basta pensare che in questo decennio magico Stallone uscirà nelle sale con I falchi della notte, 1980 di Bruce Malmuth, bellissimo poliziesco in cui veste i fortunatissimi panni dell’agente Deke Da Silva e nello stesso anno con Fuga per la vittoria di John Huston.

Nel 1982 è la volta di Rocky III quindi l’anno successivo dirigerà Staying alive, sequel de La febbre del sabato sera con John Travolta. Nel 1985, in piena guerra fredda, uscirà nelle sale con il quarto capitolo di Rocky, film in cui il nostro eroe deve vedersela con un gelido e spietato campione sovietico; Rocky IV ancora oggi è al primo posto assoluto nella classifica di incassi per i film di genere sportivo.

Cobra (1986), Over the top (1987), Tango e Cash e Sorvegliato speciale (1989) sono gli altri grandi successi di botteghino con cui Sly chiude un decennio magico che lo ha definitivamente incoronato come icona mondiale del cinema d’azione hollywoodiano.

Ma a farlo entrare una volta per tutte nell’immaginario collettivo sarà un altro personaggio su cui Stallone costruirà una seconda e fortunatissima saga cinematografica: stiamo ovviamente parlando di John Rambo.

Personaggio nato dalla penna di David Morrell e da un suo celebre romanzo del 1972, Rambo è un violento berretto verde reduce dalla guerra in Vietnam, esperienza che ha irrimediabilmente scalfito la sua vita e la sua personalità ormai quasi incapace di approcciarsi al prossimo.

Quando Ted Kotcheff nei primi anni ’80 viene incaricato di dirigere un riadattamento cinematografico del romanzo di Marrell saranno parecchi i nomi proposti per la parte del protagonista: da Steve McQueen, molto interessato ma ritenuto troppo vecchio, a Clint Eastwood, Al Pacino, Jeff Bridges sino a De Niro e Travolta. Stallone sbaragliò la concorrenza grazie al planetario successo di Rocky e ottenne non solo la parte ma anche la possibilità di limare a suo piacimento il carattere del protagonista che Sly rese più umano e “buono” rispetto al romanzo.

Dal 1982, anno di Rambo, the first blood, seguiranno altri due seguiti campioni di incassi al botteghino: Rambo II – la vendetta, uscito nella stessa stagione di Rocky IV, e nel 1987 Rambo III, quello che raccoglierà l’accoglienza più tiepida e delusa.

Come per l’ultimo Rocky anche queste tre pellicole, in cui il muscoloso e invincibile marine stermina interi eserciti di cattivi con occhi a mandorla o con divise sovietiche, diventano oggetto di discussione e polemica socio-politica in quanto ritenute bieco strumento di propaganda e retorica patriottarda al servizio dell’amministrazione Reagan. E’ in quel frangente infatti che il “reaganesimo” era all’apice del suo attacco concentrico all’URSS. Indubbiamente queste critiche e queste discussioni giovarono alla popolarità stessa del film e del suo personaggio.

Finiti i magici anni ’90 Stallone inizia una fase di carriera dalle fortune più alterne. Film discretamente riusciti come Cliffhanger diretto da Harry Harlin nel 1993 e meritevole di tre nomination agli Oscar ad altri decisamente meno fortunati come Demolition Man di Marco Brambilla , Assasins in cui recita al fianco di Banderas e Julienne Moore e soprattutto il pessimo Dredd – La legge sono io di Danny Cannon.

Ma come di suo solito il caro Sly, come la mitica fenice, sa sempre come risollevarsi dai propri insuccessi e da un periodo poco brillante ne esce con quella che molti critici considerano la sua migliore interpretazione di sempre: stiamo parlando di Freddy Helfin, il timido e disorientato sceriffo di un distretto di New York protagonista di Cop Land riuscitissimo film sulla corruzione della polizia newyorkese diretto da James Mangold. Per questa complicata e inusuale interpretazione Stallone arriva ad ingrassare sino a 18 chili immergendosi in un ruolo molto diverso e lontano dai suoi precedenti .

Purtroppo nell’ultimo decennio Sly non ha voluto continuare la strada tracciata da Cop land e perseguire con ruoli più adatti ad un attore non più giovane e non più fisicamente adatto a certe parti da superuomo. Il nuovo millennio ha visto Stallone riproporsi in film da blockbuster dove interpreta in modo poco convincente e quasi caricaturale quei personaggi da lui creati e da cui sembra non riuscire più a liberarsi. Stiamo parlando di Rocky Balboa del 2006 e John Rambo del 2008; due ennesimi ed estenuanti sequel dei sequel che lui stesso anni fa aveva promesso e garantito di non voler fare; forse non prevedendo quel drastico calo di popolarità che è poi sopraggiunto.

Ma dal 2009 ad oggi Sly la fenice ha avuto il suo ennesimo colpo di reni; capito che forse era meglio appendere definitivamente i guantoni al chiodo e di lasciare la guerra del Vietnam tra i libri di storia, Sylvester ha ideato una serie di film che rimanendo nel genere d’azione si sono però liberati dalle catene dei vecchi personaggi ormai fuori moda. Quindi, trovando la determinante co-partecipazione di altri mostri del genere come Arnold Scwarzneggere , Jean-Claude Van Damme, Chuck Norris e addirittura Bruce Willis, ecco presentarsi nelle sale con gli ultimissimi I mercenari- The Expendables, film del 2009, di cui è già pronto il sequel in uscita il prossimo mese di agosto. Sempre in fase di lancio anche The Tomb, thriller carcerario in cui reciterà ancora al fianco di Schwarzy oltre che con 50 Cent e  Jim Caviezel.

Non saranno capolavori nel senso più estetico del termine ma hanno raccolto un importantissimo gradimento da parte del pubblico da multisala.

Sylvester Stallone è indubbiamente un personaggio controverso per cui il successo come icona di un certo genere cinematografico ha sempre camminato in parallelo allo scetticismo dei critici sulle sue reali capacità artistiche. Il suo nome è scolpito dal 1984 sulla Hollywood Walk of Fame di Los Angeles, che AskMen.com lo colloca al terzo posto nella classifica “dei più grandi attori d’azione viventi” e la rivista Empire al 92mo posto tra gli attori di sempre.

Tre matrimoni alle spalle, il secondo molto discusso e oggetto di inverosimili maldicenze con la giunonica attrice e modella Brigitte Nielsen e cinque figli: due, come già detto, dalla prima moglie e tre femmine avute dall’ultima consorte Jennifer Flavin sposata nel 1997.

Una vita famigliare difficile e disseminata da grandi dolori: il secondogenito Seargeoh “Seth”, il piccolo neonato che compare in Rocky II, è affetto da una forma di autismo mentre, ed è triste cronaca di questi giorni, il primogenito Sage Stallone, con cui recitò in Rocky V, è stato trovato morto in un appartamento di Los Angeles dove viveva come un eremita in mezzo ad immondizia e farmaci.

Una vita piena dove non gli è mancato nulla, nel bene e nel male, anche un’imputazione nel 2007 per essere stato colto dalla polizia australiana con grandi quantità di anabolizzanti.

Lui, Sly, non da peso ai detrattori e a chi lo considera un classico caso di uomo e attore “tutto muscoli e niente cervello”; va da sé che la Miami University gli abbia conferito una laurea al merito, che sia un pittore surrealista di un certo successo (potete visitare una sua permanente a St Moritz) o che a breve lancerà una nuova linea di abbigliamento maschile. Ed è forse di poco conto che in tutta la sua carriera abbia fatto tantissima beneficenza, fondando anche un’associazione internazionale in aiuto dei bambini colpiti da autismo. Insomma non proprio solo muscoli e niente cervello, il buon Sly è anche molto altro e in questi giorni di grande dolore personale è a lui che va il nostro caloroso saluto.