vedova nera

Attenzione – l’articolo contiene spoiler su Avengers: Endgame

Sono passati sette anni dall’uscita di The Avengers, eppure la scena dell’interrogatorio di Natasha Romanoff che cerca di estorcere informazioni ad un boss mafioso russo rimane forse la più significativa del viaggio di Vedova Nera attraverso il MCU e assume, alla luce di Endgame, un’importanza che almeno all’epoca avevamo sottovalutato. “La famosa Vedova Nera, che alla fine non è altro che un bel faccino” è un po’ la sintesi del pensiero comune rivolto a questa eroina senza superpoteri, innegabilmente ammiccante e sexy, dotata di un’abilità molto specifica, l’autocontrollo, che l’infanzia difficile e un passato di abusi fisici e psicologici le hanno insegnato; l’unica donna all’interno di un collettivo maschile meritevole di occupare un posto di rilievo al fianco di arroganti playboy, soldati fuori dal tempo, dei con problemi genitoriali, geni in lotta con il proprio temperamento. Quella scena è il vero punto di partenza di un discorso sulla rappresentazione femminile nel Marvel Cinematic Universe, senza cui non ci sarebbero state le varie Captain Marvel, Gamora e Valchiria, oltre che la continuazione del percorso iniziato in Iron Man 2, dove Scarlett Johansson esordiva nei panni dell’agente sotto copertura dello S.H.I.E.L.D.

Ma la differenza, rispetto al film di John Favreau del 2010, è che stavolta lo sguardo su Vedova Nera è quello di Joss Whedon, un alfiere del female empowerment nell’intrattenimento con un punto di vista sempre originale su cosa significhi essere donne e eroine nella società contemporanea. Come Buffy l’ammazzavampiri, anche Natasha è stata strappata dalla sua gioventù per farsi carico di responsabilità che non aveva chiesto né voluto; addestrata per diventare una spietata assassina, manipolata mentalmente, addirittura sterilizzata (perché un figlio sarebbe stata una “distrazione”), cresciuta con metodi estremamente violenti e brutali che spesso utilizzava contro i suoi avversari. E in questa condizione di “prescelta”, o predestinata, ha maturato dentro di sé un vuoto. Perché questo comporta un lavoro del genere: solitudine, malinconia, freddezza nei confronti degli altri.

vedova nera

Autocontrollo è la facilità con cui risponde a chi la sta interrogando “Davvero mi trovi carina?” o quando dice a Phil Coulson che non può tornare alla base perché “sta lavorando”, sospesa ai bordi di un precipizio. E quel combattimento con le mani legate (“Ho sempre combattuto con le mani legate dietro la schiena, ma cosa succederà quando le avrò completamente libere?” esclamerà Carol Danvers nel film del 2019 con Brie Larson), la bellezza dei movimenti e il dettaglio delle scarpe con il tacco che Whedon riprende alla fine della scena sono diapositive indimenticabili, oltre che descrittive del personaggio: forte e sensuale, può essere entrambe le cose e non per questo passare per frivola e superficiale. Sarà lei, guarda caso, ad andare da Hulk e a convincere il “big guy” a unirsi ai Vendicatori. Non Nick Fury, non Tony Stark, ma lei.

Il bel faccino di Iron Man 2 cambia pelle (e look), fedele alla controparte dei fumetti e in grado di conservare la sua femminilità sia sul campo che fuori servizio. Prima il tubino nero – quello dell’interrogatorio – poi il completo retrò del party di Age of Ultron, per non parlare del taglio di capelli ogni volta diverso (retaggio dei suoi anni da spia), le divise succinte ma soprattutto pratiche (perché Natasha deve muoversi in fretta) e la naturale confidenza nel proprio corpo che solo un’attrice come la Johansson poteva comunicare. Ma è una trasformazione progressiva che tocca insieme la sensibilità e l’umanità, territori repressi in un contesto nuovo, quello della squadra, dove la parole d’ordine è “condivisione” dello stesso spazio.

Con gli Avengers, Vedova Nera cresce, o forse scopre finalmente la sua vera sé, quella migliore, materna, sentimentale, fragile; l’unica in grado di calmare la rabbia di Hulk che però rinuncia all’amore (con Bruce Banner) e cerca in ogni modo, sotto traccia, di conciliare due fazioni divise da un’ideologia cieca (in Civil War, quando lascia fuggire Steve e Bucky dall’aeroporto tradendo Tony). La ritroviamo in disparte, quasi marginale rispetto alla trama, in Infinity War, dove prende a calci il nemico e respinge ogni tipo di coinvolgimento emotivo. Un passaggio cruciale che la porterà alla piena consacrazione e al culmine del suo arco narrativo in Endgame.

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Il suo viaggio, nella nostra mente, sarebbe giunto alla fine solo se Natasha fosse riuscita a riunire i Vendicatori. È cresciuta in un ambiente terribile che ha abusato di lei, le hanno controllato il cervello, e quindi, quando arriva su Vormir e ha un’unica possibilità di riportare indietro la sua famiglia, non ci pensa due volte”, ha raccontato lo sceneggiatore Stephen McFeely in un’intervista con il New York Times. “Avevamo paura che il pubblico, a quel punto del film, non sarebbe stato pronto o abbastanza triste… stavamo perdendo un grande personaggio, e come saremmo riusciti a onorarlo?”.

Di fatto Iron Man e Vedova Nera sono i due personaggi più importanti che non sopravvivono agli eventi del film; lui, figura pubblica, ha il suo funerale, il cordoglio dei cari, i riflettori puntati, lei, una spia, nessuna scena eclatante tranne lo sgomento negli occhi e nelle parole dei compagni quando scoprono la sua assenza di ritorno dal Regno Quantico.

È una scelta coerente con il basso profilo tenuto dall’eroina in un questo universo, che non significa aver offerto allo spettatore un’icona passiva, invisibile e debole, ma un modello di femminilità esemplare, oltre che mai scontato e sempre affascinante; capace di alternare il registro della donna di potere con quello della madre, sorella, compagna, amante compassionevole. Dunque visto il destino riservatole dai Marvel Studios e il sentiero calpestato fino ad oggi, siamo convinti che Natasha Romanoff sia riuscita a cancellare “quella nota rossa sul registro” e a risultare molto più che un bel faccino, dopo tutto. Per noi, il volto migliore del MCU.