Alla fine della proiezione di Budrus, si apre un interessante dibattito tra gli ospiti d’onore e la sala, gremita di giornalisti e di attivisti. Oltre alla regista trentunenne Julia Bacha sono sul palco, tra gli altri, Abdallah Abu Rahme dei Comitati Popolari Palestinesi e Luisa Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo e una delle 1000 donne candidate al Nobel per la Pace.

Unanime è il consenso della stampa nei confronti della qualità di questo documentario.

Prima di parlare del film, la discussione si sposta sulla storia di Abdallah e sulla sua prigionia. Luisa Morgantini racconta la storia di quest’uomo mite che ha pagato la sua resistenza con alcuni durissimi anni nelle prigioni d‘Israele lontano da suo figlio (anche il bambino viene fatto prontamente salire sul palco). E la signora si emoziona quando ricorda di come, alla liberazione di Abdallah, suo figlio neppure riconoscesse il genitore e alla domanda “Dov’è papà?”, il piccolo indicasse la fotografia, pur avendolo avanti in carne e ossa.

Poi è il turno della regista. A chi le chiede come mai nel film si prediliga il punto di vista di una militare di frontiera israeliana (Yasmina) a quello dei coraggiosi volontari israeliani filo- palestinesi, Julia Bacha risponde così: ”Scegliere il punto di vista di una donna israeliana come Yasmina è servito a me per mostrare l’impatto dei territori palestinesi sugli invasori. Yasmina, come tutti i militari addestrati da Israele, si aspettava di incontrare dei pericolosi terroristi andando in Palestina. Credo che sia molto interessante mostrare l’effetto che sortisce la verità dei fatti sui volti impassibili di queste persone quasi robotiche. Persone “programmate” da Israele per lottare e infondere paura. Mi premeva cogliere lo sbigottimento degli invasori e le loro reazioni di fronte a donne e uomini palestinesi che, senza l’uso della violenza, si battono coraggiosamente per la propria terra”.

Segue una domanda di carattere tecnico. Ciò che salta subito all’occhio è l’eccezionale qualità di alcune riprese fatte in mezzo all’esercito israeliano. “Ciò è stato possibile”, rivela la regista, “grazie ad una troupe di 10 persone, tra cui anche cameramen israeliani a cui non era vietato avvicinarsi ai militari per fare riprese o scambiare due chiacchiere”.

Ad  certo punto del dibattito, qualcuno si chiede se l’“Intifada Bianca” inaugurata a Budrus e appoggiata da palestinesi, movimenti di pace e solidarietà israeliana, possa davvero essere in grado di porre fine per sempre all’invasione israeliana in Palestina. A spegnere i facili entusiasmi ci pensa Luisa Morgantini. “La strada è senz’altro quella giusta, ma è bene che sappiate che più il fronte della Rivolta Non-Violenta palestinese si farà nutrito, più i metodi di Israele diventeranno repressivi ed intransigenti. Già si avverte un rafforzamento della “linea dura”. Occorre non abbassare la guardia e credere più di prima alle ragioni della protesta non-violenta perché sono in ballo i diritti fondamentali dell’uomo. E questi diritti non hanno colore, ma appartengono al mondo intero”.