dolittle recensione

Il dottor Dolittle, dall’incredibile capacità di parlare con gli animali, torna ad impugnare gli strumenti del mestiere, dopo la trasposizione del 1998 con protagonista Eddy Murphy, e il primo film che nel 1967 aveva portato al cinema il personaggio creato dall’estro dello scrittore Hugh Lofting, che mentre combatteva in trincea iniziò ad inviare lettere ai suoi figli lontani narrandogli le avventure del singolare medico.

Questa volta a vestire i panni dello strampalato dottore è Robert Downey Jr., diretto da Stephen Gaghan che nel 2001 si era aggiudicato l’Oscar per Traffic e cinque anni dopo la candidatura per Syriana. Il carrozzone di tutti gli affezionati pazienti salvati dalla morte, comprende una schiera di animali di varia estrazione ognuno con un doppiatore di tutto rispetto: Emma Thompson, Rami Malek, Ralph Fiennes, Tom Holland, Selena Gomez, Octavia Spencer, Marion Cotillard (nella versione originale).

Il Dottor Dolittle di nuovo all’avventura

Il prodigioso dottor Dolittle e la sua squadra di amici vivono felicemente isolati dalla civiltà, circondati dal verde, in un meraviglioso casolare in Inghilterra, quando irrompe un inaspettato e urgente ingaggio da parte di due ragazzi (Harry Collett e Carmel Laniado). La giovane erede al trono è in fin di vita e chiede espressamente di essere curata da lui. Il dottore è scettico in merito alla proposta, scottato dal passato e allergico al contatto con pazienti «a pelo corto», ma l’eventualità di perdere la sua tenuta immersa nella natura e veder dispersi i suoi inquilini a quattro zampe lo convincono ad accettare.

E naturalmente il richiamo dell’avventura non tarda ad arrivare, la missione del recupero del frutto di una magica pianta in grado di curare la futura regina, farà salpare la bizzarra ciurma verso un viaggio ricco di suggestivi paesaggi in computer grafica e di un graditissimo incontro con il sovrano Antonio Banderas.

L’aspetto piacevole di questa nuova versione di Dolittle, a metà tra l’hippy e lo steampunk, è soprattutto nella vivacità del doppiaggio e dell’animazione dei personaggi, nelle piccole relazioni che si creano tra loro, supportate dall’intervento del dottore, quasi una spalla. Robert Downey Jr. dà il suo consueto contributo spavaldo e ironico, sempre tra il beffardo e il sornione, che non guasta e rende amabile e pimpante l’insieme, nell’armonia dello sviluppo della storia.

Robert Downey Jr. è un dottore spavaldo e sornione

Ciò che è apprezzabile è la tenerezza dei messaggi trasmessi nelle brevi sottotrame del racconto, di quelle che fanno sentire in pace col mondo e parte di una grande famiglia – appunto – per quanto composta da soggetti certo non ordinari. È apprezzabile perché, considerando Dolittle una pellicola per genitori con piccini al seguito, è esattamente ciò che di più necessario dobbiamo sentirci dire: nessuno di noi è veramente solo, quando si sente amato. E ad amare è sempre la propria famiglia, anche quando è composta da nuovi arrivati incontrati sul proprio cammino di solitudine, anzi, specialmente in quei casi.

Purtroppo il tutto è confezionato con una certa debolezza di fondo, un’impalpabilità delle fondamenta della narrazione, che fa passare la storia con gran leggerezza, quasi a dimenticarsene poco dopo averla seguita, a causa dell’assenza di un impianto ben solido. Perché, per quanto le idee possano essere delle più graziose, il punto è far breccia nel comunicarle. E in questo purtroppo Dolittle non ha saputo trovare la cura.