Cinquant’anni dopo il capolavoro felliniano, una nuova “Dolce vita” romana. Il ritorno al fortunatissimo sodalizio Paolo Sorrentino/Toni Servillo, ormai coppia inscindibile del panorama cinematografico nostrano. Sono tanti i commenti positivi che La grande bellezza , ultima fatica del regista partenopeo presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes, ha raccolto.

In origine doveva durare 4 ore, ma poi Sorrentino ha sapientemente ridotto il film a 142 minuti. Di questi, neanche un attimo è andato perduto nel mirabile affresco di una società volgare e vacua, fatta di politici e attori decaduti, parvenu e prostitute d’alto bordo, finti intellettuali e principi a noleggio, tutti impegnati ad annegare la propria mediocrità in party esclusivi e superalcolici. Sullo sfondo, la città eterna resta a guardare, bellissima e indifferente nella sua veste estiva.

Di questa interminabile schiera di mondani, il re incontrastato è Jep Gambardella (un sublime Toni Servillo), giornalista e scrittore 65enne che accompagna lo spettatore e i suoi “colleghi” in un’analisi disincantata e sarcastica del presente. Misantropo e acuto osservatore della vita, 25 anni prima aveva pubblicato un romanzo di successo, “L’apparato umano”, ma poi si è lasciato travolgere dal turbinio di feste a gin-tonic e coca che “l’alta” società romana gli ha proposto, incapace di (ri)trovare quella “grande bellezza” vagheggiata nel titolo. Una bellezza rimasta racchiusa nel ricordo nostalgico di un amore di gioventù, che riaffiora con violenza quando viene a sapere della morte precoce della donna.

Il mondo di Jep brilla solo in superficie, celando in sé il marcio della solitudine, e lui lo sa: gli unici amici veri al suo fianco sono i disillusi Romano e Ramona (Carlo Verdone e Sabrina Ferilli), attorucolo ormai in declino e porno-diva da night club che hanno visto i propri ideali naufragare nello squallore della realtà. E poi l’amica-capo Dadina (Giovanna Vignola) e la donna delle pulizie, donne “moderne” che guardano alla vita in maniera propositiva ma non abbastanza per liberare Jep dalla malinconia che attanaglia le sue giornate.

Toni_Servillo_foto_Gianni_Fiorito

Arricchito dalla splendida fotografia di Luca Bigazzi, il mondo scritto, sceneggiato e diretto da Paolo Sorrentino è barocco, sontuoso, surreale tanto nello stile delle riprese che nelle musiche originali di Lele Marchitelli, entrambe funzionali nel descrivere la vertigine che accompagna il girovagare del protagonista. In particolare l’uso di musica sacra mista a colonne sonore da discoteca (vedi “Far l’amore” e la popolare “We no speak americano”), riproduce il contrasto tra il vuoto del presente e la bellezza di un passato ormai finito, che Jep cerca invano nella saggezza del Cardinal Bellucci (Roberto Herlitzka).

Inutile dire che la performance di Servillo (largamente applaudito a Cannes) è perfetta e ironica al punto giusto, fisicamente e intellettualmente debordante, ben accompagnata dalle ottime prove di Verdone – pienamente a suo agio nel ruolo dell’attore sfigato ma in fondo rimasto “puro” – e della Ferilli. Una piacevole sorpresa, in effetti, la naturalezza con cui la bella attrice romana si cala nella parte dell’emotiva e fragile Ramona.

Qualche eccesso di virtuosismo qua e là Sorrentino se l’è concesso, e qualche immagine sfiora il retorico. Detto ciò, La grande bellezza è un gioiello ed un lodevole esempio di cinema, quasi mistico, brutale nella sua capacità (e necessità) di mettere a nudo le mostruosità del presente.