L'unico e insuperabile Ivan recensione

Nell’attuale panorama produttivo della Disney, particolarmente impegnata nel proporre versioni live-action dei suoi Classici animati, vi è spazio anche per storie nuove, pensate come sempre per un pubblico di grandi e piccoli. È il caso di L’unico e insuperabile Ivan, trasposizione dell’omonimo libro pubblicato nel 2013 da Katherine Applegate e ispirato ad una storia vera. L’autrice, infatti, ebbe l’idea dopo essersi imbattuta in un articolo del New York Times dove si raccontava di un gorilla che aveva vissuto per 27 anni in un centro commerciale. Da qui parte anche il titolo diretto da Thea Sharrock (Io prima di te), che arriverà direttamente sulla piattaforma Disney+ a partire dall’11 settembre.

 

Tutto si concentra su Ivan (voce originale di Sam Rockwell), un gorilla di 180 kg che condivide la gabbia in un centro commerciale di periferia con Stella l′elefante (voce originale di Angelina Jolie), Bob il cane (voce originale di Danny DeVito) e altri animali. Egli è la star di un piccolo circo gestito da Mack (Bryan Cranston), suo padrone di vecchia data. Egli, tuttavia, si rivela tutt’altro che amante del palcoscenico. Preferisce invece trascorrere il proprio tempo a disegnare e a ricordare la giungla dove è nato. L’arrivo di un′elefantina di nome Ruby, sconvolge completamente la sua vita interiore. Ivan inizierà infatti a mettere in discussione la sua esistenza, il luogo da cui proviene e quello in cui vorrebbe davvero essere.

Il racconto della memoria

Ormai non ci si stupisce quasi più nel vedere interagire un attore in carne ed ossa con animali ricreati grazie alla CGI. In questo la Disney, tra Il libro della giungla e Il re leone ha abituato bene i suoi spettatori, svelando il sempre maggior progresso della tecnica a riguardo. Forse è per questo motivo che con L’unico e insuperabile Ivan si punta più sull’emozione che non sulla ricerca di stupore visivo. Non che il film sia privo di quest’ultimo, poiché gli effetti che animano i protagonisti animali restano ad ogni modo sempre più realistici e convincenti. Il cuore del film sembra però essere racchiuso altrove.

Con una storia “piccola”, contenuta pressoché in tre soli ambienti, e che si discosta dalle classiche narrazioni costruire in modo ferreo e canonico, si dà vita al potere del racconto e della memoria. È per questo che assumono tanta importanza le storie del suo passato che Ivan racconta alla piccola Ruby. Esse sono occasione per venire a patti con i traumi dell’infanzia e motivo di rinnovato desiderio di libertà. Attraverso il racconto si costruisce il personaggio del gorilla protagonista, la sua umanità e il percorso che egli ha bisogno di compiere. Non avventure spettacolari ma un viaggio interiore altrettanto significativo.

Tale scelta, certamente coraggiosa e non scontata, non assolve il film dal rischio di risultare rallentato nel suo svolgersi. Si rende infatti necessario approcciarsi al film non alla ricerca di eventi eclatanti quanto invece di un’atmosfera emotivamente coinvolgente. Da questo punto di vista, la pellicola dimostra la capacità di aprirsi a riflessioni toccanti, come anche di confezionare immagini a cui è difficile rimanere indifferenti. Si tratta di quell’equilibrio ricercato attraverso la sottrazione, che se anche può non soddisfare tutti certamente attrarrà molti tra grandi e piccoli.

L'unico e insuperabile Ivan Bryan Cranston

Il cuore dell’uomo, la libertà dell’animale

Non è la prima volta che la Disney porta al cinema un film in cui si inneggia alla libertà per gli animali. L’esempio più recente è il Dumbo di Tim Burton, con cui il film della Sharrock presenta più di una somiglianza. Eppure, una significativa novità sta nel modo in cui vengono trattati i personaggi umani, e in particolare quello di Mack. Questi, che altrove avrebbe finito con l’essere il villain di turno, appare qui essere nient’altro che un semplice essere umano. Egli non gode nel vedere i suoi animali chiusi in gabbia, ma intrattiene invece un rapporto affettuoso con loro. Non mancano i momenti in cui si lascia andare al nervosismo, ma questo appare essere dettato da sue frustrazioni personali, non da un’innata cattiveria.

È una caratteristica, questa, non così scontata. Si sottrae al film un elemento importante come il “cattivo” di turno, per dar vita a qualcosa che possa risultare più inclusivo e fedele alla realtà. Uno scambio che se, come già accennato, toglie ulteriore possibilità di dinamismo ad un film già di per sé piuttosto statico, aggiunge umanità al racconto e ai suoi personaggi. Si fa carico di temi importanti L’unico e insuperabile Ivan, i quali vengono riproposti in modo particolare, forse non propriamente compiuto, ma che permette di svelare il cuore dell’operazione. E in un panorama di opere rese sempre più sterili dall’eccessiva ricerca del dettaglio è questo un valore da non sottovalutare.