Manifesto

Arriva nelle sale italiane dal 23 al 25 ottobre Manifesto, il film diretto, scritto e prodotto da Julian Rosefeldt, regista e video artista tedesco: al tempo stesso una celebrazione del manifesto in quanto testo e una riflessione sul valore e sul senso del manifesto oggi. Nato come installazione nel 2015, poi diventato un lungometraggio, quindi passato al Sundance Festival 2017, è un’opera in cui l’attrice premio Oscar Cate Blanchett si fa in tredici, interpretando altrettanti personaggi in scenari diversi, dando voce e corpo ad alcuni tra i manifesti letterari, artistici e cinematografici più significativi dal ‘900 ad oggi.

 

Misurare l’attualità di quelle parole nella società odierna, la forza della carica distruttiva e rivoluzionaria che spesso le accomuna, immergendole in contesti reali, era la scommessa del regista. Idea interessante dagli esiti eterogenei. A volte parole e scenario cozzano volutamente, dimostrando quanto la realtà attuale sia lontana da esse: un senzatetto che inneggia alla rivoluzione e dichiara la fine del capitalismo al vento, in un paesaggio postindustriale desolato; l’operaia di un inceneritore, chiuso, fetido e illuminato solo da luci artificiali, che lavora e intanto immagina un mondo pervaso dalla luce, splendente, aperto alla natura. Oppure, stridendo col contesto, le parole creano un divertente effetto di straniamento, come nel caso di una madre di famiglia conservatrice che costringe i suoi a recitare il manifesto della pop art come preghiera prima del pasto.

L’attualità di alcuni manifesti è sorprendente: le parole del futurista Marinetti risuonano nella mente di una broker, e con la loro ossessione per la velocità, per l’attimo in cui tutto accade, la carica distruttrice verso il passato e la smania di prendersi il futuro sembrano cucite addosso ai lupi di Wall Street; i manifesti dell’arte concettuale e del minimalismo in bocca alla conduttrice di un Tg e ad un’inviata fanno riflettere sul concetto di falsità in relazione all’informazione, non senza un sorriso; enunciate da una maestra agli alunni, le Regole d’Oro del Filmmaking sono un inno alla libertà per i piccoli, al contrario dei rigidi principi del Dogma 95. Ed è proprio nei bambini che il regista sembra confidare, nella loro innocenza e vitalità, nella capacità un giorno di cambiare il mondo, al di là delle parole.

Altrove l’accostamento tra manifesto e scenario è meno fecondo, più scontato, come quando una punk che si scaglia contro i musicisti desiderosi solo di compiacere il pubblico, orgogliosa del proprio isolamento dalla massa.

Cate Blanchett interpreta 13 personaggi in Manifesto – trailer

Nella maratona interpretativa dei tredici personaggi, Blanchett si lancia senza risparmiarsi, mostrando le molteplici sfaccettature del suo talento artistico. Le interpretazioni più efficaci sono senza dubbio quelle più misurate, che conservano naturalezza senza rinunciare all’intensità. Altre finiscono per essere troppo sopra le righe, accentuate nei toni declamatori, forse per una volontà del regista di restituire la veemenza dirompente del manifesto, ma ottenendo uno sgradevole effetto di forzatura.

Esteticamente molto valide alcune scelte, che si devono anche al Rosefeldt artista visuale, come le suggestive inquadrature dall’alto nello scenario del senzatetto, che immergono gradualmente lo spettatore in un’atmosfera lugubre, tra le macerie; ma anche il vortice di una scalinata, una parete di cunei, edifici come meccanismi perfetti ma alienanti e asettici.

Il film ha alti e bassi, fa riflettere, a volte sorridere, può sorprendere, ma al contempo soffre della sua struttura rigida, della presenza preponderante di testi che non sono nati con e per il film, ma restano pur sempre testi letterari recitati, il che non avvicina il pubblico, pur catturato dalla presenza magnetica e dal fascino di Cate Blanchett.