Night Swim: recensione del film di Bryce McGuire

Il nuovo film della Blumhouse esce in sala il 22 febbraio.

Night Swim film 2024

Jason Blum deve correre ai ripari, e in fretta, mentre arriva al cinema il suo ultimo “figlio”, Night Swim. Il giocattolo che ha sapientemente costruito negli anni, al momento sta funzionando a meraviglia ma potrebbe rompersi presto, un po’ come sta succedendo alla Disney con proporzioni ovviamente diverse. La Blumhouse sta infatti rischiando di inflazionare il proprio marchio di fabbrica immettendo sul mercato una serie di horror che possiedono uno spunto di partenza ammiccante ma davvero poco altro, e Night Swim lo testimonia con preoccupante evidenza.

 

Avere una buona idea di partenza non significa avere una storia solida o personaggi interessanti, in grado di sostenere la tensione e il dramma insito nell’horror. Magari basterà per portare ancora una volta il pubblico in sala e garantire un successo economico (vedi i recenti M3gan, Five Nights at Freddy’s e parzialmente anche L’esorcista – Il credente) ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Se la qualità dei suoi prodotti rimarrà questa, probabilmente non molto.

Night Swim, la trama

Il secondo lungometraggio diretto da Bryce McGuire vede una famiglia trasferirsi in una casa abbandonata nella cui piscina anni prima era avvenuta una tragedia. Il capofamiglia Ray Waller (Wyatt Russell) è una stella del baseball che sta affrontando una terribile malattia, supportato dalla moglie Eve (Kerry Condon) e dai due figli. Sorprendentemente le sue condizioni di salute iniziano a migliorare man mano che l’uomo inizia ad adoperare la piscina con maggiore costanza. Ma quale sarà il tributo che quelle acque chiederanno in cambio?

Se non bastasse il fatto che dietro l’idea di partenza manca completamente o quasi uno sviluppo narrativo efficace, a complicare ulteriormente la riuscita del lungometraggio si aggiunge il fatto che il suo regista, evidentemente un amante e conoscitore del genere, vuole volare decisamente alto.

Un compendio della storia dell’horror

Ecco dunque che Night Swim si trasforma in un compendio sconclusionato di storia dell’horror, con rimandi più o meno espliciti a Poltergeist – poteva essere altrimenti se la protagonista è una piscina maledetta? – Shining, il prolifico filone dell’horror giapponese di Ringu e compagni, addirittura un omaggio a Il migliore di Barry Levinson. Ecco allora che lo spettatore passa più tempo a contare le citazioni che a interessarsi a quello che i personaggi in scena stanno attraversando, in particolar modo perché non c’è reale tensione negli eventi, sviluppati quasi soltanto l’uso scontato dei cosiddetti “cheap-thrills”.

Night Swim non riesce mai a coinvolgere e paradossalmente neppure a far paura, anche quando adopera l’oscurità come mezzo per nascondere quella che col passare delle scene di rivela una fastidiosa mancanza di mezzi oltre che di idee. Va bene il budget basso e la volontà di mantenere la storia “piccola”, ma qualche dollaro in più poteva, anzi doveva essere speso…

Ultimo tasto dolente del nuovo horror targato Blumhouse è il cast: la recentemente candidata all’Oscar Kerry Condon è l’unica che offre una prova accettabile mantenendo il suo personaggio appena sopra la superficie della credibilità, tratteggiando comunque l’ormai fin troppo stereotipata madre di famiglia che vuole proteggere i propri figli dal male che si sta impossessando della casa. Molto peggio fa un Wyatt Russell che invece paradossalmente nelle prime scene aveva dotato della necessaria malinconia il suo atleta alle prese con l’accettazione della malattia. Man mano che invece l’uomo diventa schiavo delle forze oscure, Russell dimostra dei limiti evidenti, se non addirittura involontariamente comici, nel tratteggiare il lato oscuro del personaggio.

Night Swim scopre le carte di Blumhouse

Dopo gli ultimi exploit al botteghino, Night Swim si presenta un po’ come quel lungometraggio che scopre le carte della Blumhouse, espone l’artificio che regge il gioco di prestigio della casa di produzione. E l’effetto crea onestamente una sensazione di fastidio, in quanto si tratta di un film messo in piedi e realizzato in maniera sbrigativa, quasi raffazzonata. Si meritano questo gli amanti dell’horror che in questi anni hanno decretato il successo di Jason Blum? Se si pensa poi che il producer ha lavorato a titoli notevoli come Scappa – Get Out o Black Phone, ecco che allora pare lecito pretendere da lui di meglio. Molto meglio.

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Adriano Ercolani
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