The Next Three Days

Cosa saresti disposto a fare per la donna che ami? E se ciò che fai ti rendesse un uomo che lei potrebbe non amare più? Queste sono le domande che si pone John (Russell Crowe) quando sua moglie Lara (Elizabeth Banks) viene arrestata con l’accusa di omicidio. Quando anche la richiesta alla corte suprema viene respinta e Lara tenta il suicidio, John non ha altra scelta che cercare di salvare quello che resta della sua famiglia e perciò comincia a progettare l’evasione della moglie. Comincia così The Next Three Days, ultimo film del pluripremiato con l’Academy Awards Paul Haggis che vede un Russell Crowe rotondetto fare di tutto per salvare la bella moglie da un destino di prigione. Il film di Haggis si distingue per l’esiguità dei dialoghi che lasciano invece molto spazio ai gesti e agli sguardi, a ciò che non viene detto ed a ciò che le immagini mostrano. Mattatore della vicenda è Crowe, che si trova a suo agio nei panni di un uomo sereno e con una vita normale che si trova a dover fare i conti con circostanze straordinarie. Asciutto e molto efficace, l’attore de Il Gladiatore mette a segno una buona prova, dopo le sua interpretazione un po’ fiacca del Robin Hood di Ridley Scott.

Principalmente un one man show, The Next Three Days si avvale anche di bravi attori per piccoli ruoli, a parte ovviamente la convincente Elizabeth Banks, troviamo la bella e lanciatissima Olivia Wilde in un ruolo marginale e uno straordinario per quanto relegato a comparsa Liam Neeson in veste quasi di mentore del nostro professore che si improvvisa criminale per amore. A parte però l’ottimo cast, The Next Three Days si rivela estremamente dilatato nei ritmi e decisamente troppo diluito nella narrazione; a momenti avvincenti si alternano sequenze di immobilità che sbilanciano l’integrità del film, minandone la godibilità. Ci mette una pezza la colonna sonora, splendida protagonista nei prolungati momenti di silenzio firmata da Danny Elfman, già autore di notevoli composizioni da film (Spiderman, Edward Mani di Forbice). The Next Three Days però non manca di grandi momenti narrativi, come il finale costruito su ritmi di alto livello linguistico (si tratta sempre della mano che è stata dietro a Crash – contatto fisico!) e la provocazione finale sull’attendibilità del giudizio umano, che spesso condiziona l’esistenza di persone e di intere famiglie.

The Next Three Days paga la sua eccessiva lunghezza con il calo di attenzione che coglie lo spettatore a metà film, ma come spesso succede riesce in qualche modo a lasciare di sé una parziale buona impressione, merito dell’happy end che come Haggis stesso ha detto “piace sempre a tutti”.