The Substance, recensione del film con Demi Moore – Cannes 77

Coralie Fargeat ha scosso il Festival di Cannes con un body horror di gore, sangue e vendetta sul patriarcato.

The Substance Coralie Fargeat
The Substance Coralie Fargeat © Mubi

Tre anni fa, il titanio e il sangue-olio motore di Julia Ducournau vincevano Palma d’oro al Festival di Cannes. Nell’edizione 2024 del Festival, una nuova sostanza, questa volta viscida, giallognola, che entra e passa tra i corpi, potrebbe puntare al Palmarès. Potremmo dire che i mostri di Titane hanno aperto la strada a un altro horror femminista in concorso: The Substance di Coralie Fargeat, una favola piena di colori, ma nerissima, di bellezza sgargiante e deformazione del corpo, un body horror che punta tutto sull’unione e la disfunzione di un corpo che vuole vita e si sdoppierà, moltiplicherà, ringiovanirà per scardinare l’oppressione incessante dello sguardo maschile su di esso.

The Substance: ricordati, siete UNA

Elizabeth Sparkle (Demi Moore) è un’attrice e personalità dello show business che si è fatta un nome negli anni ’80 grazie a un programma di fitness alla Jane Fonda. Tuttavia, è considerata ormai troppo anziana e i produttori sono alla ricerca di una conduttrice giovane, bellissima, che porti una ventata di freschezza al programma. Dopo un incidente, durante la visita di controllo, un infermiere si lascia scappare che Elizabeth è una perfetta candidata… ma per cosa? Ebbene, per un peculiare esperimento di divisione cellulare che promette di generare una versione più bella della persona che ne prenderà parte.

La donna, che non ha niente da perdere, vive per la sua sola fama e professione, non ha una vita al di fuori di questo, ordina il kit di attivazione, che va a ritirare con istruzioni dettagliatissime sulla sostanza. Una sorta di botox iniettabile che rende chi la usa una versione migliorata di se stessa: più giovane, più amata, più snella, più forte. Per sette giorni, vivrà questa versione rigenerata di Elizabeth, mentre il corpo della donna (matrice), giace per terra in una sorta di stato vegetativo, ma bisognoso di nutrimento. Per i sette giorni successivi, invece, Elizabeth dovrà tornare nella sua pelle, rispettare l’equilibrio che prevede una fase di ricarica della creatura/corpo rigenerato. Non si può assolutamente fare eccezione: le dosi vanno rispettare, l’equilibrio deve rimanere intatto e, soprattutto, bisogna ricordarsi che si è UNA SOLA: non esiste un “lei” e un “io”. Tuttavia, è difficile voler tornare a un corpo peggiore quando si è sperimentato lo splendore…

Walk of… no name

Elizabeth fa Sparkle di cognome, eppure la scintilla che l’ha contraddistinta tra le stelle della City of Angels sembra essere svanita, non solo agli occhi degli altri ma a quelli della stessa donna, che ha fondato un’intera carriera sul suo corpo e aspetto fisico. Elizabeth è infatti parte di Los Angeles e del suo star stystem, e non può accettare che la sua stella sulla Walk of Fame si stia sempre più crepando.

In The Substance, Fargeat rende viva la mostruità fin da subito, anche quando questa è mascherata dalla bellezza: il POV che accompagna l’attivazione del corpo ospitante – che sappiamo già essere bellissimo – ci mette comunque terribilmente a disagio, perchè sappiamo che quella bellezza è il risultato di un’operazione che abbiamo effettuato sul nostro corpo. Quello che fa la regista è mettere in discussione tutto l’apparato violento e repressivo che finisce per lasciare tracce e violenza sul corpo delle donne.

The Substance demi moore
Demi Moore in The Substance © Mubi

Pump it up: Barbie mostruose

Con una messa in scena piena di colori, rossi, gialli, blu, rosa, con un sonoro che amplifica qualsiasi rumore, con un montaggio frenetico, Coralie Fargeat riprende i corpi delle donne totalmente sessualizzati, con primi e primissimi piani di natiche, gambe e scollature. Elizabeth è immersa in un sistema in cui gli uomini – capitanati da un perfetto Dennis Quaid – pretendono bellezza, sorrisi smaglianti e performance perfette dalle donne. Fargeat li inquadra come bruti, sporchi, rozzi, soffermandosi sul modo disordinato in cui mangiano, il rumore della loro masticazione, piani ravvicinatissimi dei loro sguardi penetranti.

In The Substance sono tanti i colori, pochissime parole, la durata è estesa per raccontare una storia dall’intento ben chiaro ma che si prende tutto il tempo per arrivare a un terzo atto completamente delirante. Quando sembra che il racconto si sia chiuso nella prevedibilità, ecco che la firma di Coralie Fargeat emerge prepotentemente. L’incapacità di Elizabeth/Sue di rispettare l’equilibrio spalanca le porte al regno del grottesco e del fantastico, con effetti pratici stupefacenti e grandi richiami ad horror anni ’80 come Society e La Mosca per quanto riguarda la prostetica e ai film di Stanley Kubrick nel rigore formale, nelle geometrie e negli spazi di colori vividi che diventano luoghi dell’orrore, di moltiplicazione viscida.

Demi Moore e Margaret Qualley: una clonazione perfetta

Quella al centro di The Substance, è una riflessione che si sposa benissimo con quella che è la storia di Demi Moore con la chirurgia plastica e con il ritorno dell’attrice sulla scena in un ruolo da protagonista a distanza di tanti anni. In questo senso, sembra che Moore si sia concessa al progetto di Fargeat nel momento giusto, in cui è pronta per vedersi invecchiare sullo schermo, smantellando e deturpando la sua figura, il suo biglietto da visita, che l’ha incoronata una delle star sex symbol degli anni ’80-’90.

Margaret Qualley è sempre più lanciata e convincente in questi ruoli-performance e il body horror diventa lo scenario perfetto in cui lavorare tanto sul suo corpo e sulla sua formazione da ballerina, le linee sinuose e il corpo tonico, quanto sul suo sguardo – già sfruttato benissimo da Yorgos Lanthimos (Povere Creature!, Kinds of Kindness) – e sul suo tono di voce così particolare.

The Substance di Coralie Fargeat © Mubi
The Substance di Coralie Fargeat © Mubi

Reinventare il rape and revenge?

In The Substance, l’istinto di sopravvivenza forgia la mostruosità: nel volere sempre di più, quando la minaccia dello scomparire per sempre si palesa, il desiderio morboso non è più solo angosciante, ma diventa fisicamente ripugnante, in sequenze da voltastomaco che soddisferanno senza ombra di dubbio i fan di Julia Ducournau e David Cronenberg.

Nel suo precedente lavoro, Revenge, Coralie Fargeat aveva già trasformato una casa in mezzo al deserto in un sanguinoso bagno di violenza, dove una donna ipersessualizzata si vendica del suo stupratore. Qui, gli echi di Revenge sono parecchi: i colori sgargianti, gli orecchini a stella e cuore che ricordano quelli di Matilda Lutz, la seconda possibilità di vita che viene data alla protagonista. The Substance diventa un rape and revenge del corpo e dell’anima, in cui i confini tra vittima e carnefice si sfumano, siamo noi a creare/partorire e noi a farci del male, succubi di un desiderio divoratore che ci è stato affibbiato.