Trafficante di Virus

Nasce dal libro quasi omonimo della virologa italiana Ilaria Capua, indagata – e prosciolta – dall’accusa che vediamo nascere e svilupparsi nel corso di questo Trafficante di virus. Ma l’ultimo film di Costanza Quatriglio (Terramatta, Con il fiato sospeso, La bambina che non voleva cantare) ha un andamento confuso e diseguale che, a prescindere dall’encomiabile proposito che lo anima, non lo rende il veicolo migliore di una pur giusta e giustificata denuncia.

 
 

Trafficante di Virus, film evento

Presentato al 39º Torino Film Festival, il percorso distributivo porterà il film nel catalogo di Amazon Prime Video e su Sky Q, dopo l’evento speciale di una uscita in sala per tre giorni (il 29 e il 30 novembre e il 1° dicembre). Comunque un ottimo modo per diffondere e tornare a parlare di una vicenda esemplare e insieme troppo comune nella storia del nostro Paese, non nuovo a odissee giudiziarie vane e dolorose o a persecuzioni mediatiche concentrate sugli obiettivi sbagliati.

La storia di Irene è quella di Ilaria Capua

Liberamente ispirata al libro della Capua, la sceneggiatura del film trasforma la protagonista in Irene Colli: ricercatrice presso un importante istituto zooprofilattico italiano. Scienziata circondata dall’amore della famiglia e caratterizzata da una grande passione per il proprio lavoro, che svolge con intelligenza e lungimiranza con la missione di permetterci di affrontare al meglio epidemie dilaganti tra animali che potrebbero rivelarsi pericolose anche la salute degli esseri umani. Ma a causa di un’inchiesta giudiziaria condotta nel corso di diversi anni, la vita della donna è destinata a essere stravolta.

E’ l’Aviaria e non il Covid-19, ma l’accusa di epidemia e di tentata strage che Irene – e prima di lei Ilaria – si sono trovate ad affrontare hanno delle eco moderne piuttosto inquietanti. E che si evidenziano nell’accusa su cui indaga il reporter di Paolo Calabresi (forse un personaggio sul quale si poteva investire di più), che il virus sia stato diffuso premeditatamente per vendere i vaccini. Siamo dalle parti di Big Pharma e dei tanti complotti o proclami divenuti usuali in questi giorni, ai sostenitori dei quali potrebbe risultare interessante la visione del film.

Trafficante di Virus film 2021
foto di Alfredo Falvo

Una storia di scienza e di amara giustizia 

“Una storia di scienza e di amara giustizia”, come la presenta la produzione, che come accennato ha in sé il suo merito principale. Nella denuncia del pressapochismo e la poca lungimiranza di governi e direttori, e del labirinto kafkiano in cui si può finire ancora oggi, a cinquant’anni esatti dal Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy e Alberto Sordi. Un riferimento intenso, crudo, di un livello al quale questo Trafficante di Virus purtroppo non mostra mai di poter puntare.

Su nessun piano, dalla scrittura al montaggio, dalla regia alle interpretazioni, il film esce mai da binari consueti e semplicistici. Come la trattazione di temi anche importanti e meritevoli di tutta la visibilità possibile – dalla condizione lavorativa e l’isolamento femminile alla fuga dei cervelli – che emergono qui e lì dalle pieghe di un racconto piuttosto piatto e fasullo. Fiaccato ulteriormente da una cronologia non lineare e continui salti temporali, con stacchi e sequenze da fiction di altri tempi, utili a sviluppare le tre diverse linee narrative, ma non a dar loro credibilità e verosimiglianza. O a farci empatizzare o coinvolgere (al di là di una razionale e civile solidarietà) dalla pur volenterosa e impegnata Anna Foglietta, che come le autrici sembra tanto preoccupata di dare umanità alla sua eroina e sfumature alla sua caratterizzazione da trascurare la costruzione della “atmosfera emotiva del thriller psicologico” che la Quatriglio sembrava voler trasmettere.