Spaccaossa recensione
- Pubblicità -

Difficile considerarlo un esordiente, dopo tanti anni di attività e un curriculum nel quale si affaccia anche il grande cinema, ma che spazia dalla letteratura al teatro. Dove, come regista, Vincenzo Pirrotta ha raccolto diversi riconoscimenti, prima di scegliere di mettersi alla prova dietro la macchina da presa. Verrebbe da aggiungere ‘finalmente’ a vedere lo Spaccaossa che Luce Cinecittà distribuisce nelle sale dal 24 novembre, e nel quale l’artista partinicese è interprete e sceneggiatore. Insieme – eccezionalmente, in un film che non li vede apparire in scena – a Ficarra e Picone, sempre più in stato di grazia dopo la splendida prova offerta ne La stranezza di Roberto Andò e qui in veste anche di produttori.

Una storia vera, un male profondo

Tutto nasce “da quando una notizia di cronaca ha conquistato i miei pensieri assumendo le fattezze di un cancro da espellere” spiega lui stesso, rendendo l’intensità e la forza di una vicenda che sarebbe riduttivo descrivere come una delle tante storie di criminalità e sfruttamento ambientate nel nostro Sud e in Sicilia. Un racconto che piano si insinua e diffonde, via via che il quotidiano arrangiarsi del protagonista ci mostra il suo privato, le sue personali disperazioni e quelle dei tanti che attraverso lui arriviamo a conoscere.

Delinquenti e vittime, volontarie ma non per questo meno tormentate, ugualmente costretti nello stesso inferno. Quello di un magazzino di Palermo dove si svolge l’attività di una organizzazione usa a frantumare braccia e gambe di consenzienti malcapitati, disposti a farsi spaccare le ossa per intascare una minima parte dei lauti indennizzi assicurativi risultanti dalla truffa. Il lavoro di Vincenzo è quello di reclutare i candidati tra i miserabili della città, spesso persone conosciute, amici di amici, o alle quali è legato in maniera particolare, come la Luisa di Selene Caramazza, tossica e vagabonda. Almeno fino a quando anche lui non finisce per avere problemi economici.

L’inferno degli spaccaossa

Sono molti gli sguardi con i quali si può osservare il dramma messo in scena, e su più livelli. Per la verità della storia raccontata senza giudizi o complessi di superiorità, e per l’equilibrio trovato nel farlo. Che evita ci si affidi a un ‘banale’ crescendo o a un’abituale sommatoria di crisi e conflitti, ma riesce a trarre il meglio dai tanti attori coinvolti, tutti ben diretti e inseriti nella composizione. Da Simona Malato, Maziar Firouzi, Gabriele Cicirello, Paride Cicirello, Maurizio Bologna, Claudio Collovà e la Rossella Leone moglie di Ficarra, ai vari Giovanni Calcagno, Filippo Luna e Luigi Lo Cascio tutti svolgono il proprio compito, con Ninni Bruschetta in particolare evidenza, al pari della Aurora ‘Rory’ Quattrocchi, capace persino di aggiungere un brivido horror alla sua caratterizzazione della ‘povera’ madre del nostro eroe.

Appare meritato, dunque, il consenso ottenuto dalla critica e dagli addetti ai lavori dopo la presentazione in anteprima nell’ambito delle Giornate degli Autori dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Al quale ci si augura segua un adeguato successo di pubblico, e di botteghino, nonostante i preoccupanti livelli medi del box office italiano. Perché non sono molti i film capaci di toccare lo spettatore senza approfittare di ricatti morali o pornografia di vario genere, e di sorprendere con lo spettacolo di una realtà che ci circonda e che non sempre sembriamo – potere, o volere? – vedere per come si mostra.

Il ritmo, la fotografia (di Daniele Ciprì), le musiche, tutto concorre alla creazione di un’inerzia travolgente pur nella sua apparente fissità, di un intorno all’interno del quale diventa meno difficile comprendere una sottocultura fatta di droga, violenza e ludopatia. E con un piccolo sforzo di fantasia, o umanità, riuscire a trovare le similitudini con un approccio culturale ed esistenziale, ormai comune, che subordina tutto al risultato, all’appartenenza a una ristretta cerchia e alla fruizione di supposti benefici. Come se principi, dignità o senso di giustizia non servissero nel futuro che, coerentemente, il film e i suoi personaggi disegnano, nero, malato, privo di speranza, senza scampo.

- Pubblicità -