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Cannes 70: Okja recensione del film Netflix con Jake Gyllenhaal

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Okja

Più che per i film, gli attori e i registi, questo 2017 cinematografico rischia di passare alla storia come l’anno della disputa infinita fra il grande schermo e la televisione online. Sembra infatti che internet abbia definitivamente messo i bastoni fra le ruote alla settima arte, che un tempo viveva quasi ed esclusivamente nel buio della sala; oggi le cose sono molto cambiate, grazie allo streaming e alle reti ad alta velocità abbiamo intere librerie di prodotti a portata di clic e telecomando, e le grandi piattaforme iniziano a produrre direttamente anche lungometraggi, non soltanto serie TV. La regina fra tutte è certamente Netflix, che sta monopolizzando l’attenzione con la sua nuova produzione stellare Okja. Nel cast infatti troviamo nomi eccellenti come Tilda Swinton, Jake Gyllenhaal, Paul Dano, Lily Collins e Giancarlo Esposito, il villain di Breaking Bad, nonostante questo però il film non arriverà nei cinema di tutto il mondo, ma sarà online dal 28 giugno prossimo. L’enorme società americana ha colto la palla al balzo per creare un’opera pensata per grandi e piccini, un film naturalistico e ambientalista che prova a toccare la coscienza del pubblico, sensibilizzandolo sul fronte del rispetto degli animali, di un’economia alimentare ecosostenibile, di un mondo senza allevamenti massivi.

Netflix ha pensato di fare tutto questo creando un personaggio grazioso e amorevole, seppur gigantesco: il super maiale Okja, un animale creato in laboratorio con cui la Mirando Corporation vuole sconfiggere la fame nel mondo – e ovviamente ingrossare le proprie tasche. Se i grandi allevamenti, dipinti come veri e propri lager moderni, non vengono mai mostrati al pubblico, i super maiali più belli e in salute – che vivono spensierati in 26 diversi luoghi del mondo – concorrono invece per essere incoronati come migliori esemplari del pianeta. Peccato però che un’associazione animalista e la piccola ragazzina coreana Mija sconvolgano i piani della Mirando, smascherando il marcio dietro il prodotto finale. Il messaggio subliminale, alla fin della fiera neppure poi tanto subliminale, ci spinge ovviamente a non consumare carne prodotta in serie dalle grandi industrie, oltre che ad amare incondizionatamente tutti gli animali; il punto di vista però è decisamente violento, e dipinge chi consuma regolarmente carne come un mostro, qualcuno che – anche implicitamente – appoggia il sistema industriale e gli allevamenti intensivi. Anche gli animalisti però escono in maniera ambigua dal progetto, poiché sono spesso dipinti come soggetti stupidi, istintivi, probabilmente perché gli sceneggiatori non se la sono sentita di prendere una posizione decisa.OKJA

Se poi ci distacchiamo per un attimo dal senso della produzione, Okja resta un film mediamente divertente e ben confezionato, del resto il regista Bong Joon-Ho ha uno sguardo cinematografico come pochi. In coppia con il direttore della fotografia Darius Khondji, l’autore coreano crea dipinti e scene impeccabili, sicuramente troppo al di sopra della scrittura. C’è infatti un divario enorme fra le immagini e lo script: spesso ci si appiglia a mezzi discutibili per strappare risate in modo forzato (pensavamo che le puzzette e la cacca fossero esclusiva dei nostri cinepanettoni), a personaggi sopra le righe, macchiette di loro stessi. Jake Gyllenhaal è stato incastrato nel ruolo più fastidioso della sua carriera, è andata meglio solo a Tilda Swinton e Paul Dano, mentre del talento di Giancarlo Esposito è stato utilizzato soltanto il 5% del totale – con un ruolo dal minutaggio ridicolo e battute al contagocce. Un progetto che nella sua totalità appare ipocrita, scontato e forzato, i fasti e le atmosfere di Snowpiercer sono per Bong Joon-ho un lontano ricordo, e sfortunatamente anche per noi spettatori.