The Stand recensione

Con il suo romanzo L’ombra dello scorpione, lo scrittore Stephen King ha magnificamente raccontato la natura umana, e la violenza insita in essa, collocando tale tematica nel pieno della diffusione di un virus estremamente letale. Un contesto da cui nessuno sembra uscire migliore, ma in cui Bene e Male continuano nonostante tutto ad essere valori ben distinguibili. Dopo un prima trasposizione televisiva, avvenuta nel 1994, il romanzo torna ora in televisione con The Stand, miniserie in 9 episodi ideata da Josh Boone e Benjamin Cavell. Disponibile dal 3 gennaio con cadenza settimanale sulla piattaforma Starz Play, questa aspira ad essere uno dei titoli televisivi che più segneranno l’attuale periodo storico, similmente caratterizzato dalla presenza di un pericoloso virus.

Sono fin troppe le somiglianze che legano la trama della miniserie alla situazione mondiale attuale. A partire dall’errore umano, dal quale si scatena una vera e propria fine del mondo. Un morbo, noto come Captain Trips, sfugge infatti ad un laboratorio segreto, seminando in breve morte e terrore. Il 99% della popolazione non sopravvive all’apocalittica epidemia, e per i pochi immuni si manifesta un’ulteriore guerra da combattere. Due fazioni saranno infatti presto destinate a scontrarsi tra loro. A formarle vi è chi ha deciso di seguire il Bene, rappresentato dall’anziana Mother Abagail (Whoopi Goldberg), e chi invece si affida al Male, incarnato dal signore delle tenebre Randall Flagg (Alexander Skarsgård).

È pericoloso giocare con il Tempo

Dopo aver visto i primi due episodi di The Stand (qui la recensione), i successivi due, rispettivamente Blank Page The House of the Dead, portano avanti l’introduzione dei vari protagonisti e le minacce incombenti da Las Vegas. Nella città del peccato, infatti, prende sempre più vita l’esercito formato da Randall Flagg, pronto a scatenare una guerra. Sono dunque molte le cose da narrare, e come già intuito dalla visione dei primi episodi il tempo a disposizione non sembra essere sufficiente. Giunti al quarto episodio vi sono ancora personaggi da introdurre, che dunque finiscono inevitabilmente per non ottenere lo spazio che meriterebbero. Ogni episodio, della durata di circa un’ora, si divide dunque tra l’introduzione di questi e i preparativi che porteranno allo scontro finale.

Queste due diverse narrazioni, quasi sempre divise anche da una distanza temporale, vengono qui intrecciate con un montaggio che non aiuta però nella loro distinzione. Non risulta affatto immediato capire quando ci si trovi nel passato e quando nel presente. I continui salti temporali portano inoltre a perdere molto del fascino degli eventi e del carisma dei personaggi. Un esempio concreto è quello relativo a Nick Andros (Harry Zaga). Personaggio a dir poco fondamentale nella storia, questo viene inizialmente introdotto senza alcuna presentazione su chi egli sia e da dove venga. Elementi che arrivano solo molto dopo, risultando decisamente fuori tempo. Tutto ciò porta inevitabilmente ad un calo dell’attenzione.

The Stand Stephen King

L’attesa del finale

Ancora una volta il limite più incisivo nella miniserie sembra essere la sua ambizione di voler raccontare tanto, o forse tutto, del romanzo, utilizzando uno spazio temporale non adeguato. In un epoca dove le serie hanno preso il sopravvento, e ricevono lodi per lo spazio dedicato alla costruzione dei personaggi e degli eventi, The Stand sembra remare in senso contrario. Viene spontaneo pensare che molteplici stagioni avrebbero potuto dar vita ad una storia con un respiro più ampio, una scrittura più precisa e una messa in scena più avvincente. È bene tener presente che una narrazione che non procede in senso cronologico può essere estremamente interessante, e Quentin Tarantino ce lo ha dimostrato più volte, ma per questa miniserie in particolare sembra il mezzo meno idoneo ad una buona riuscita, che infatti non si verifica.

Data dunque la grande confusione narrativa che The Stand presenta, c’è però una cosa che riesce a sviluppare in modo interessante: l’attesa per il finale. Come è noto, quello scritto da King per il suo romanzo non ha mai realmente soddisfatto i lettori. Per la miniserie, dunque, è stato già annunciata una conclusione totalmente differente, sceneggiata proprio dal celebre re del brivido. Con la tanta carne al fuoco che ogni episodio aggiunge alla storia, anche in mezzo al disordine si sviluppa un certo desiderio di sapere come tutto andrà a finire. Lo scontro ultimo tra Bene e Male ha un suo inevitabile fascino, che sembra poter vincere anche le difficoltà che la miniserie pone nella visione. La speranza è dunque che, terminate le introduzioni, la storia possa infine concentrarsi unicamente su tale attesa battaglia.

RASSEGNA PANORAMICA
Gianmaria Cataldo
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Laureato in Cinema e Arti Digitali alla Sapienza, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. I principali campi di attività riguardano la critica e gli approfondimenti cinematografici.