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Disponibile su Netflix dal 16 novembre, il film Il prodigio (qui la recensione) è subito diventato uno dei titoli attualmente più chiacchierati del catalogo della piattaforma streaming. Diretto dal cileno Sebastian Lelio, regista anche di Una donna fantastica e Disobedience, questo è tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Lelio e Alice Birch e con un’ambientazione fissata al 1862 racconta del rapporto che si instaura tra l’infermiera Lib Wright (interpretata da Florence Pugh) e l’undicenne Anna O’Donnell, la quale afferma di non nutrirsi da mesi. Si parte dunque da un mistero da svelare, ma il film si apre poi a riflessioni e significati molto più profondi.

 

Il prodigio offre dunque un acceso scontro tra ragione e fede, individuo e comunità, affermandosi come un film di genere thriller intriso di una forte atmosfera evocativa, suo primario punto di forza. Non sorprende dunque che in breve tempo sia diventato un titolo molto discusso, sul quale si cercano sempre più informazioni. Ciò che in molti si sono chiesti, guardando il film, è quanto di ciò che viene narrato sia tratto da una storia vera. La risposta a tale domanda, in linea con il film, è piuttosto ambigua e aperta ad interpretazioni, ma aiuta anche a comprendere meglio il valore della pellicola in sé.

Il prodigio: la vera storia dietro al film

Come affermato dalla Donoghue, quanto raccontato nel libro è sostanzialmente una storia frutto dell’immaginazione della scrittrice. Eppure, vi sono diversi elementi che questa ha ripreso da alcune cronache provenienti direttamente da un tempo passato. Tra il XV e il XIX secolo, infatti, gli storici hanno registrato come in diversi paesi dell’Europa, come Gran Bretagna, Irlanda e Germania, si sia diffuso il fenomeno delle fasting girls, ovvero ragazze molto giovani, talvolta anche preadolescenti, che affermano di poter rinunciare al cibo per nutrirsi soltanto della presenza di Gesù Cristo.

Tra i casi approfonditi dalla scrittrice, vi sono in particolare quello di Sarah Jacobs, di Mollie Fancher e di Therese Neumann. La prima, originaria del Galles, è vissuta negli anni Sessanta dell’Ottocento e divenne nota quando, dopo una malattia decise di rifiutare il cibo che le veniva dato, in quanto temeva che se si fosse ripresa del tutto avrebbe dovuto riprendere il lavoro nella fattoria di famiglia. Stando a quanto riportato, i genitori decisero di strumentalizzare la cosa, affermando che la forza della fede permetteva alla figlia di rimanere in vita. Sfortunatamente, Sarah morì per il non essersi nutrita e i genitori vennero condannati per omicidio.

Anche le altre due, rispettivamente americana e tedesca, furono oggetto di casi simili, ma su di loro vi sono meno testimonianze e non si arrivò a stabilire se le due ragazze mentissero sulle loro capacità o meno. La scrittrice sembra dunque aver tratto profonda ispirazione in particolare da Sarah Jacobs, che nel film è dunque da ritrovare nel personaggio di Anna. L’infermiera Lib, invece, è un personaggio inventato ma basata sulle vere infermiere che tennero d’occhio la Jacobs per studiare il suo caso, controllando se davvero questa non mangiasse nulla come sosteneva. Un controllo ferreo che può aver attivamente contribuito alla morte della giovane.

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Il prodigio: la spiegazione del finale

Giunti al finale del film, è tempo di fornire una spiegazione al come la giovanne Anna possa affermare di vivere senza mangiare, senza neanche mostrare alcun segno di deperimento. Il colpo di scena che dà la svolta al tutto arriva quando l’infermiera Lib ha l’intuizione di impedire che la giovane si veda con i suoi genitori per il momento della preghiera. A partire da questo isolamente totale ecco che Anna inizia infine a mostrare i segni di un fisico sempre più provato dalla mancanza di cibo. Lib scoprirà infine che la giovane aveva continuato ad alimentarsi finché poteva incontrarsi con i genitori e che questo avveniva tramite i baci che sua madre le dava.

La donna teneva infatti del cibo dentro la propria bocca, che passava poi ad Anna con i suoi baci. Il cibo che la giovane ricevava era dunque visto come la manna dal cielo che Dio le mandava. Quanto Anna stava facendo, ai suoi occhi, era dunque un modo per cercare il perdono divino per la morte del fratello, del quale si sente responsabile in quanto i due avevano rapporti incestuosi. La ragazza viene infine convinta da Lib a morire metaforicamente per rinascere come Nan, cambiando dunque identità e scappando con lei verso una nuova vita. Il fuoco che Lib appicca dunque alla casa per far credere che Anna sia realmente morta acquisisce dunque un valore metaforico, di ciò che brucia e risorge dalle proprice ceneri.

Così si struttura dunque il film di Lelio, come un potente racconto sulla fede e ciò che si compie in nome di essa, tanto nel bene quanto nel male. Al di là di cio, come avrà notato chi ha visto il film, questo inizia all’interno di uno studio cinematografico, una scelta metacinematografica dal quale si viene informati che quanto si vedrà è pura finzione e che occorre dunque sospendere l’incredulità. Attraverso tale espediente, Lelio sembra volerci ricordare di fare attenzione al confine tra il piacere di farsi raccontare una storia e il farsi ingannare da una fede fanatica che distorce la realtà dei fatti.

Fonti: Collider, DigitalSpy

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