Presentato oggi a Roma, Il Bene comune, al cinema dal 12 marzo 2026, è un film che intreccia tre distinti piani narrativi: il presente, il passato e una dimensione onirica che a tratti assume i contorni della favola. Un continuo entrare e uscire dal racconto, con momenti in cui la narrazione si sospende e si rende teatrale e poetica.
Rocco Papaleo ha rivelato di sentire questa modalità espressiva come profondamente sua: un modo di comunicare che nasce dall’esperienza del teatro canzone, esercizio artistico che lo ha formato e che affonda le radici in una tradizione di straordinari predecessori. Insieme a Walter Lupo ha lavorato per costruire una narrazione capace di conservare quella matrice teatrale e, al tempo stesso, risultare suadente per il pubblico cinematografico.
Papaleo ha anche confessato di preferire la regia alla recitazione e di ambire, in futuro, a dirigere un film senza esserne interprete. Il personaggio che interpreta, Biagio è un uomo sensibile, lontano dagli stereotipi di virilità, ma non per questo “meno maschile”.
Teatro, cinema e musica: un vero show corale
Per Vanessa Scalera il film è stato un vero terreno di gioco creativo: ha sottolineato quanto l’esperienza teatrale sia stata determinante nella sua formazione. Sul set si è creata una commistione di teatro, cinema e musica – monologhi recitati direttamente in macchina, libertà sulla parola, possibilità di spingersi oltre.
Il tentativo dichiarato era quello di realizzare uno spettacolo teatrale cinematografico, che per Scalera ha rappresentato un ritorno agli inizi. Nel film è capocomico e ha potuto recuperare una dimensione gioiosa e “paesana” che raramente le viene offerta: “Rocco mi ha dato l’occasione di scrostarmi, di far riemergere l’argento vivo che avevo a vent’anni”.
Anche Claudia Pandolfi ha sottolineato la doppia anima di Papaleo: regista poetico e musicale, ma in scena quasi intento a rompere un incantesimo in cui lui stesso deve entrare ogni volta che, da dietro la macchina da presa, si dirige sulla scena.
Improvvisazione dentro una struttura rigorosa
Teresa Saponangelo ha rivelato come la struttura del film fosse in realtà molto precisa. I tre livelli narrativi erano tracciati con rigore, ma Papaleo ha concesso piccole libertà lungo il percorso.
La convivenza sul set – quaranta giorni trascorsi insieme tra colazioni, pranzi e cene – ha favorito un clima di fiducia e scambio continuo. Saponangelo si dice grata di aver preso parte a un intreccio di “belle persone”, dove la dimensione corale ha aiutato tutti a entrare più profondamente nei personaggi.
Andrea Fuorto, unico uomo in scena oltre a Papaleo, ha parlato di un’esperienza intensa e di un regista di grandissima sensibilità. La sua imitazione di Papaleo è finita direttamente nel film. I due si erano già incontrati sul set di Ammazzare stanca e Papaleo lo aveva “precettato” per questo progetto, scoprendo solo dopo un legame comune con Lauria, il suo paese d’origine.
Tra le sorprese del cast anche Rosanna Sparapano, attrice del Piccolo di Milano, e Livia Ferri, musicista alla sua prima esperienza come attrice, con un personaggio che si nasconde e poi emerge improvvisamente, senza mezze misure.
La musica come pulsazione narrativa
Fondamentale l’apporto del compositore Michele Braga, al secondo film con Papaleo in pochi anni. La colonna sonora ha un’anima jazz ed elettronica e richiama l’esperienza del trio jazz che accompagnava Papaleo in Scordato.
Secondo Pandolfi, è proprio l’elemento musicale ad aver “accordato” tutti. Papaleo parla di una pulsazione melodica e ritmica, di un’armonia costruita scegliendo e facendo risuonare le note giuste. La pre-produzione è stata intensa: molte canzoni erano già pronte prima delle riprese e sono state poi portate sul set.
Papaleo ha rivelato che Livia Ferri era l’unica del cast ad essere entrata in sceneggiatura mentre il film era ancora in fase di scrittura. Sua la canzone “Troviamoci al buio”, oltre all’interpretazione di “Siamo semi”, scritta da Papaleo. Per il regista è stata la pietra miliare del film.
Il bene comune oggi
Il titolo del film, Il Bene comune, è stato al centro dell’incontro con la stampa. Alla domanda su cosa rappresenti oggi il bene comune, Saponangelo ha parlato della necessità di riappropriarsi di spazi condivisi che non abbiano un prezzo inaccessibile: teatri, piazze, musei, scuole, luoghi creativi.
Pandolfi ha aggiunto che forse dovremmo riflettere anche sul dolore comune, perché si tende a privilegiare l’interesse di pochi rispetto al bene di tutti.
Scalera ha ricordato che la vita è tragicomica: quando si spinge sul drammatico bisogna evitare la melassa e ricordare che dietro l’angolo c’è sempre una buccia di banana. Pandolfi, citando Woody Allen, ha ribadito che ridere di sé rende il mondo più accogliente.
Basilicata, natura e radici
Dopo Basilicata Coast to Coast, Papaleo torna a interrogarsi sul rapporto con la sua terra. L’amore per la Basilicata e per la natura attraversa il film: il pino loricato del Parco del Pollino diventa quasi una linea esistenziale.
Per il regista, nella natura risiede la parte più poetica che esista. È un legame che prescinde dalle questioni ecologiche e affonda nelle radici personali e culturali.
Il Bene Comune: presto in sala
Il film uscirà in oltre 300 sale dal 12 marzo, ed è pronto a sorprendere. Papaleo ha riconosciuto che, in questo caso, il confronto con i produttori e il montaggio ha migliorato il risultato finale. Il cast, ha poi precisato, è stato tutto di prima scelta: nessun piano B, ma l’adesione fin da subito convinta degli artisti desiderati.
Il Bene Comune è una pellicola che, nelle intenzioni del suo autore, vuole far ridere, sognare e commuovere, riportando al centro quella dimensione condivisa – poetica e umana – che dà senso, oggi più che mai, all’idea di bene comune.

Improvvisazione dentro una struttura rigorosa