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Una strada per aprirsi al mondo. È su questo desiderio comune che si apre e si svolge il film Aspromonte – La terra degli ultimi, diretto da Mimmo Calopresti con un cast di celebri attori italiani come Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Sergio Rubini e Francesco Colella. Ed è a partire da questa forte metafora che si costruisce un’opera che tenta di parlare agli ultimi, quelli del titolo, ripercorrendo la loro storia attraverso un punto di vista il più universale possibile. Un tentativo che tuttavia rimane in superficie, frenato da una sceneggiatura che non scava nel profondo del racconto.

 

Le vicende si svolgono ad Africo, paesino arroccato nella valle dell’Aspromonte calabrese, sul finire degli anni ’50. Quando una donna muore di parto, poiché data l’assenza di una strada il dottore non può arrivare in tempo, gli abitanti esasperati dallo stato di abbandono decideranno di unirsi e costruire loro stessi una strada, nonostante le condizioni avverse.

Aspromonte – La terra degli ultimi: il film

All’interno di Africo sono raffigurati una serie di archetipi umani, ognuno con il proprio ruolo e il proprio punto di vista sul mondo e sulla vita. Appare essere un paesino con molte più idee e molta più volontà di quelle che la sua grandezza fisica può contenere. Ed il film di Calopresti sembra proprio voler essere questo, un contenitore pronto ad esplodere per la necessità di aprirsi all’altro e al nuovo, costruito a partire da questi personaggi tragici, che tentano disperatamente di evolvere ma che si trovano a scontrarsi con realtà più concrete e ciniche di quello che si potrebbe sperare.

Ognuno sembra portare avanti una propria morale, dal poeta interpretato da Marcello Fonte, che si rivela essere il collante della comunità, alla maestra Valeria Bruni Tedeschi, per la quale occorre essere preparati per aprirsi al mondo, e fino al manovale Peppe interpretato da Francesco Colella, vero leader e fonte di ispirazione per quanti gli stanno intorno. I loro personaggi si caricano lo spettatore sulle spalle, portandolo a confrontarsi con la difficoltà della loro esistenza, rimasta indietro mentre il mondo progredisce. Aspromonte è così il racconto del Sud, del suo orgoglio, della forza della sua identità che diventa prigione.

Attraverso una storia ambientata in periodo che oggi appare sempre più lontano, il regista apre numerosi spiragli, cercando di far dialogare le sue immagini con quelle di un’attualità tristemente simile, e la metafora della strada che apre al mondo in contrasto con quella del muro è forte oggi più che mai. Nonostante le migliori intenzioni, il film appare rallentato da una sceneggiatura, tratta dall’opera Via dall’Aspromonte di Piero Criaco, che non sembra riuscire a gestire al meglio la coralità richiesta ai personaggi. Nell’ascoltare ognuno di loro si rischia di perdersi in numerose storie, che ritraggono con precisione un paese e la sua anima ma rischiano di allontanare dal cuore del racconto.

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Aspromonte – La terra degli ultimi: l’eredità del passato

Calopresti sembra rielaborare nel film diverse tematiche ereditate dal neorealismo, dalle macerie della guerra alla difficoltà della vita dopo di questa, aggiungendovi quello sguardo infantile che si rivela con il progredire del racconto sempre più centrale. “I bambini ci guardano”, sembra suggerire il regista, e gli abitanti di Africo sembrano saperlo bene tanto da impartire loro numerose lezioni in vista di un futuro nuovo.

Bambini a cui le azioni dei grandi possono inizialmente apparire prive di significato, ma che si insinueranno in loro tanto da dar vita ad una scena in cui sono proprio loro a riflettere su cosa sia meglio o meno per il proprio futuro, se restare o andare via immergendosi nel mondo aperto. Attraverso i sogni dei più piccoli, come enunciato in apertura e in chiusura del film, è dunque possibile costruire le vere strade per il futuro.

È un film costellato di metafore e riflessioni sull’attualità Aspromonte – La terra degli ultimi, anche se al momento della conclusione dimostra di non essersi realmente compiuto nell’approfondire tali espedienti. La messa in scena, non sempre avvincente, è ulteriore motivo di distacco nei confronti di un film che avrebbe meritato un respiro più ampio, come quello ricercato dai suoi protagonisti.