Dear Evan Hansen

Dear Evan Hansen, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021 nella selezione ufficiale dell’evento di Antonio Monda, riporta al cinema la musica e l’adolescenza, come non si vedevano da tempo.

 
 

Ah, l’adolescenza. Quel periodo di transizione che nacque, da un punto di vista cinematografico, col regista John Hughes durante la metà degli anni ’80, e che nella storia della pedagogia e del pensiero comune venne definita appena qualche ventennio prima.

Dear Evan Hansen, ovvero l’adolescenza

Se ancora sospiriamo sulle note di Don’t you forget about me dei Simple Minds, e pensiamo a quanti sguardi fuori dai finestrini abbiamo lanciato lontano chissà dove, seduti nei posti dietro in macchina con mamma e papà, è perché sì, ci siamo passati tutti, ma proprio tutti tutti. Quel tempo in cui, come recitano tante frasi di esperti, si vuole essere come gli altri, ma ci si sente alieni o, al più, brutti anatroccoli.

E lo sa bene Stephen Chbosky, abile narratore della giovinezza e di tutti i deliziosi drammi che trascina con sé. Apprezzato scrittore del romanzo Ragazzo da parete, da cui ha tratto e diretto il film Noi siamo infinito nel 2012, e regista di Wonder del 2017, a sua volta tratto da un libro, nel 2020 dirige Dear Evan Hansen il suo nuovo film che parla proprio di tali drammi. Uscito nelle sale statunitensi meno di un mese fa e presentato a Roma alla 16esima edizione della Festa del Cinema, da noi approderà il 2 dicembre, ma in effetti la sua storia arriva da lontano.

Nel 2015, infatti, Dear Evan Hansen faceva il suo debutto come musical a Washington, scritto da Steven Levenson, che ha curato anche la sceneggiatura della versione cinematografica, e con Ben Platt come attore principale, lo stesso che oggi vediamo protagonista del film di Chbosky.

La pellicola in questione è quindi musicale e i testi son stati composti da Benj Pasek e Justin Paul, vincitori nel 2017 del premio Oscar per la miglior canzone del film La La Land. E in effetti i pezzi che vengono interpretati dal cast hanno un’ottima sonorità e sono pienamente efficaci all’interno della narrazione: i ritmi e le melodie accompagnano lo stato d’animo dei personaggi e sono tutti ovviamente deliziosi.

Dear Evan Hansen film 2021Dear Evan Hansen, la trama

La storia raccontata è dunque quella dell’Evan Hansen del titolo (Ben Platt, appunto), sfigato per antonomasia, sociopatico, che riprende il liceo dopo l’estate con un braccio ingessato, e che la sua mamma single, premurosa e lavoratrice a tempo pieno (Julianne Moore) gli propone di far firmare ai compagni, così avrebbe un pretesto per fare amicizia. Peccato che Evan sia davvero un ragazzo insicuro, ed eviti quasi ogni contatto col mondo scolastico, guardando tutti con lo sguardo basso, il capo sempre chino e le spalle incurvate. Non è uno scherzo e quella voragine di solitudine è resa in maniera molto chiara sin da subito.

Così, su suggerimento del suo terapeuta, scrive una lettera d’incoraggiamento a se stesso, che invia in stampa da un PC della biblioteca della scuola e che – naturalmente – finisce nelle mani di Connor (Colton Ryan), altrettanto problematico, che gliela sottrae spintonandolo e tenendola per sé.

Da lì a pochi giorni inizierà il susseguirsi di una serie di eventi sempre più inaspettati per Evan, che coinvolgeranno i genitori di Connor (Amy Adams e Danny Pino), la sorella (Kaitlyn Dever), per la quale ha una disperata e insperata cotta da sempre e, chiaramente, l’intero universo del liceo che frequenta, sul quale è poggiata tutta la sua identità, al punto che ne arriva a dipendere il senso della sua vita.

Dear Evan Hansen non è un teen movie americano. La fragilità che viene mostrata è espressa nel modo più vuoto e desolante che possa esserci, e le musiche e le parole delle canzoni non leniscono quel che viene detto, anzi. Non è certo la prima volta che si ha a che fare con la solitudine della gioventù sul grande schermo, e senz’altro non è in questo il punto di differenza del film. La vita di Evan è profondamente realistica e amara: non c’è poesia né romanticismo. Ed è forse questo l’aspetto che fa di questo musical un’opera sì discreta, ma che regala una sensazione di tenera familiarità.