don't worry

Don’t Worry trova nell’elemento della caduta, fisica e psicologica, il modo migliore per definire la sua storia, il suo protagonista, perfino chi siede dietro la macchina da presa. Di cadute – ma anche rapide risalite – è piena la carriera di Gus Van Sant, come quelle di John Callahan (celebre fumettista costretto sulla sedia a rotelle dopo un incidente a 21 anni), il personaggio di Joaquin Phoenix nel film che rivede di nuovo i crediti del regista americano sulla sceneggiatura. Non accadeva dal 2007, con Paranoid Park.

Autore eccentrico che lavora “fuori e dentro Hollywood”, così lo descrive Barbara Grespi nell’introduzione alla raccolta di saggi edita da Marsilio, Van Sant ha fatto della ricerca ostinata della pluralità di generi, di modi di produzione, della schizofrenia creativa la propria costante; per alcuni indecifrabile, tanto era complicato accettare che si potesse passare dallo sperimentalismo radicale di Gerry al melodramma canonico di Scoprendo Forrester in poco tempo, per altri oggetto di studio e fascinazione. Tutto, nel suo cinema, ha sempre condotto all’immagine e alla rappresentazione di essa, all’idea ricorrente del cambiamento (tematica che si ripercuote in ogni forma in ogni lavoro) che non è altro che un viaggio non privo di lunghe soste e interminabili silenzi.

don't worry

Dovessimo dare una collocazione a Don’t Worry, lo troveremmo a metà strada fra il convenzionale biopic alla Milk – quindi rincarato da una bella dose di lacrime e sentimento – e il tentativo di fuggire da certe dinamiche prestabilite del film biografico, con soluzioni di montaggio pensate per “sentire” la fragilità mentale di Callahan e le vignette originali di quest’ultimo che compaiono a intervalli. I primi piani sugli attori non sono mai soffocanti, ma gentili, perché è chiaro che dietro una scelta fotografica del genere ci sia da parte sua un sincero affetto senza voler scomodare il senso polemico o critico; Van Sant ama i suoi protagonisti, dall’omosessuale malato di aids Donnie (Jonah Hill) agli alcolisti anonimi che si ritrovano in terapia, li accompagna nel loro percorso accidentato e usa ogni strumento a disposizione (la musica, il tono ironico, i momenti di plateale commozione del pubblico) per ottenere il miglior risultato possibile. E allo stato attuale della sua filmografia, un po’ sospesa nell’indecisione di opere non proprio indimenticabili (Restless, Promised Land, La foresta dei sogni), è già qualcosa, qualcosa di buono.

Ancora Portland, città simbolo della cultura giovanile (qui il regista è cresciuto ed ha ambientato una delle sue più riuscite pellicole, Paranoid Park) e luogo di emarginazione (non è ridente e glamour come una Los Angeles o New York), torna in Don’t Worry per fuggire dai set di Hollywood e ritrovare se stessi, almeno idealmente. Ci viene mostrata in qualche angolo nascosto, con pochi esterni (ma rivediamo gli abituali skaters giovanissimi che aiutano il personaggio di Phoenix a rimettersi in sella), e molti interni, case, ospedali, uffici, perché la storia di Callahan va narrata partendo dall’intimità, dalla sua arte cinica e irriverente, dalle piccole imprese del suo riaffacciarsi alla vita.

Non sarà il Gus Van Sant dell’epoca d’oro, eppure l’occhio mobile che osserva questi corpi prima decomporsi e poi rialzarsi, lascia percepire un bagliore di bellezza ormai rara nella produzione americana; una voce sempre “fuori e dentro” il coro, forse fin troppo disincantata ma concreta quando si tratta di restituire le immagini alla loro vera essenza.

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