Il buco recensione

Un libro ed un coltello, sono questi i due oggetti che meglio descrivono Il Buco, nuovo film Netflix che segna l’esordio alla regia dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia. Due oggetti che si pongono in contrapposizione per il loro valore metaforico, e che possono essere facilmente utilizzati per riassumere le due forze che si danno battaglia all’interno di un discorso sulla lotta di classe qui particolarmente esplicito. Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, la pellicola spagnola si è infatti distinta per il suo intreccio tra fantascienza distopica e horror, ed è ora disponibile al pubblico sulla celebre piattaforma streaming.

Protagonista del film è un uomo di nome Goreng (Iván Massagué), il quale si risveglia in quello che viene chiamato il buco. Questo edificio, che si estende in verticale, è composto di innumerevoli livelli, i quali presentano un foro rettangolare al centro. Da qui, una volta al giorno, passa una piattaforma che si rivela essere una tavola imbandita. Il meccanismo è semplice: chi sta più in alto ha la possibilità di sfamarsi, chi si trova ai livelli inferiori finirà invece con l’avere da mangiare solamente gli scarti.

 

Il Buco: la legge del coltello e la sapienza del libro

All’interno del film non esiste altra ambientazione se non quella rinominata il buco. Questo non è altro se non una prigione infernale, dove i detenuti possono portare con sé un solo oggetto di propria scelta. Per Goreng, il protagonista, si tratta del romanzo Don Chisciotte de la Mancia, per il suo compagno di livello, il viscido Trimagasi, è invece un affilatissimo coltello. Nella loro scelta si ritrova così da subito la lotta tra la forza bruta e l’intelletto, in una dialettica che si articolerà per l’intera narrazione. Compreso infatti il meccanismo che porta chi sta sopra a vivere a discapito di chi sta sotto, il protagonista cercherà di usare il cervello per cambiare quell’ordine innaturale delle cose, ottenendo tuttavia scarso successo.

Si parla di lotta di classe, dunque, e l’esordiente regista e sceneggiatore spagnolo sceglie di farlo attraverso un ambiente probabilmente fin troppo esplicito a riguardo, ma che viene arricchito da quei dettagli che rendono la visione più interessante di tante altre opere a riguardo. Questo perché all’interno di un film che fa della metafora il proprio strumento di comunicazione prediletto, Gatzelu-Urrutia costruisce una serie di indizi, riferimenti e chiavi di lettura che stimolano lo spettatore, introducendolo in una serie di perversi meccanismi dai quali è difficile uscire.

Se Il Buco è in modo anche ovvio una gigantesca rappresentazione dell’inferno dantesco, con i suoi gironi e personaggi raccapriccianti, ciò che emerge realmente è l’utilizzo di un genere popolare per trattare un tema sociale oggi particolarmente presente al cinema. Difficile non pensare all’ormai iconico Parasite, di Bong Joon-Ho, mentre in questa variante spagnola del tema si ritrova un occhio meno imparziale e più pronto al giudizio di quanti fanno prevalere la propria individualità a discapito dei meno fortunati.

Il buco film

Il Buco: la recensione del film

Il nuovo film Netflix si inserisce all’interno di un catalogo dove distopia e tematiche sociali non mancano di certo, e sembrano anzi essere particolarmente sostenute dall’azienda di streaming. Ciò che, al di là dei diversi riferimenti biblici, letterari o sociali, appare interessante all’interno della pellicola è l’abilità dell’autore nell’affermare la propria regia. Pur trovandosi all’interno di un unico, minimale ambiente, risulta infatti difficile avvertire una sensazione di stanchezza nel corso della visione.

Gatzelu-Urrutia è attento a costruire una grande varietà nelle inquadrature, permettendo così allo spettatore di non assistere a qualcosa di troppo ripetitivo, ma al contrario catturandone l’attenzione con una messa in scena stimolante, dove non manca una generale claustrofobia, essenziale per sostenere il tono orrorifico che il film assume con il procedere della narrazione.

Con Il Buco, lo spettatore ha sul piatto molto di cui poter riflettere, con la pellicola che non manca di arrivare a proporre una propria interpretazione del problema e delle sue possibili soluzioni. E se in parte a penalizzare il film può essere la costruzione visiva della metafora trattata, che rischia di essere didascalica per il tema, è nella costruzione della messa in scena che si possono fortunatamente ritrovare le idee più brillanti, che conferiscono un carattere unico all’intero lungometraggio.